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Dal Foro boario all’ex scalo ferroviario Grosseto conta 51 ettari di “città vuota”
Uno sguardo dall’alto sul capoluogo mostra l’effetto “ciambella” dovuto ai grandi gap lasciati da attività dismesse o mai decollate
LAmappa
Se posiamo uno sguardo aereo sul capoluogo scopriamo una mappa puntellata di grandi “vuoti urbani”, ovvero di spazi che non hanno (non hanno mai avuto, o hanno perso) una funzione. Spazi dismessi, abbandonati o mai decollati, talvolta preda di incuria e degrado.
Solo considerando i vuoti “pubblici” (cartina a lato) si parla di 51 ettari sparsi in centro e nella periferia cittadina. Vi sono compresi lo scalo ferroviario (69.000 mq), l’area dell’ex ospedale Misericordia (52.000 mq), l’ex artiglieria (14.0000 mq), il Foro Boario (32.000 mq), il Peep di via dei Barberi (43.000 mq), il Diversivo (175.000 mq) per un totale di 511.000 mq (51,1 ettari). Quasi il 5% della città. In questa percentuale la città è “vuota” e ha perso le sue funzioni.
Lancia una riflessione Simone Rusci, architetto grossetano, docente di urbanistica all’Università di Pisa e tra i curatori del libro “Ri-conoscere la Rigenerazione”. «Grosseto - dice - è una città che deve trovare una strategia di rigenerazione sia a livello territoriale riacquisendo un ruolo che negli ultimi anni si è indebolito, sia a livello urbano ponendo al centro della riflessione urbanistica la rifunzionalizzazione dei molti (troppi) vuoti, fisici e funzionali, che si sono venuti a creare nel tessuto della città».
Vuoti lasciati dalle attività artigianali e industriali dismesse: si pensi alla fonderia Ottanelli o alle aree artigianali rimaste intrappolate all’interno di quartieri a prevalenza residenziale. Vuoti dei grandi complessi pubblici: il vecchio ospedale in centro storico, l’ex Garibaldi, la caserma del deposito artiglieria sulla senese, lo scalo ferroviario. Vuoti più recenti: si pensi all’intervento di edilizia sociale su via dei Barberi oggi naufragato e divenuto uno dei grandi “luoghi del disagio”. Vuoti illustri: il centro storico, divenuto la nuova periferia della città. «Serve - secondo Rusci - una rigenerazione che consenta un innalzamento diffuso della qualità della vita urbana». Mentre nascono nuovi insediamenti c’è da interrogarsi «su quali effetti avranno le nuove scelte: molte funzioni urbane sono tra loro in concorrenza e individuare nuove attività significa acuire questa competizione facendo soccombere le zone più fragili». Era già successo in passato. «Succederà in futuro – ipotizza l’architetto – se lo sviluppo delle aree oggi margini si porrà in competizione con la rigenerazione della città consolidata» senza restituire un futuro a tutti questi vuoi urbani. —El. Gi.
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