Sicurezza
Chiude casa di accoglienza Due persone senza lavoro
Nuove indicazioni normative: dopo otto anni Uscita di sicurezza deve rinunciare alla sede di via Trento. «La nostra mission è integrare, non sorvegliare»
Dopo otto anni chiude la casa di accoglienza per richiedenti asilo di via Trento a Grosseto. Gli ospiti, ad oggi diciotto (su 24 posti disponibili) verranno trasferiti in altre strutture. Perderanno invece il posto di lavoro due, forse tre addetti della cooperativa Uscita di sicurezza, che la gestiva, e che vi erano impiegati a tempo indeterminato.
La cooperativa gestisce altre due strutture, in via Castiglionese e a Ribolla, dove spera di collocare gli altri addetti, a rischio di perdere il posto anche loro. In tutto le tre strutture occupano tredici persone.
L’annuncio è arrivato ieri con una lettera inviata ai soci. Una scelta, spiega il presidente di Uscita di sicurezza Luca Terrosi, «non economica ma basata sulle possibilità reali della cooperativa di portare avanti con serietà e capacità i progetti» e di impiegare le figure professionali previste dal decreto Sicurezza.
La casa di accoglienza per richiedenti asilo è stata aperta nel 2011 per accogliere la prima ondata di migranti che lasciavano l’Africa dopo la Primavera araba. «Ci dedicammo con entusiasmo a questa avventura – si legge nella lettera – che purtroppo finì in modo brusco con la fine improvvisa del progetto di accoglienza e la consegna di una buona uscita economica ai migranti».
Nel 2014 fu avviato il nuovo percorso con la Prefettura per ospitare altri migranti. Da quel momento sono state centinaia le persone accolte, dove per accoglienza non si intende solo un letto, degli abiti, un bagno per lavarsi e un piatto per mangiare. «Il percorso prevedeva corsi di lingua italiana – spiega Terrosi –, accompagnarli all’ufficio del lavoro, a scuola. Cercare di inserirli». In una parola, integrazione.
Ma un po’ il calo drastico degli arrivi, un po’ le novità introdotte con il decreto Sicurezza che ha riscritto i servizi previsti nei centri di accoglienza e rivisto le figure professionali (articolo a destra), le condizioni dell’accoglienza sono cambiate. «La nuova convenzione prevede ad esempio che il direttore abbia una laurea e un’esperienza triennale – spiega Terrosi – e noi abbiamo solo una persona con questi requisiti e non basta». E ancora: «Nella nuova convenzione non è previsto l’insegnamento dell’Italiano – dice Terrosi – e quanto all’aiuto nel trovare lavoro si dice che sono attività che “vengono favorite”, ma senza specificare come». Insomma «un’accoglienza che rischia di diventare solo sorveglianza e questo esce dalla nostra mission».
La cooperativa aveva la sede di via Trento in affitto e dovrà lasciarla. E lì gli operatori lasceranno anche otto anni di impegno ed emozioni. «Un luogo – si legge nella lettera – che ci ha permesso di crescere come persone e come cooperativa, di metterci alla prova e di imparare a gestire relazioni con persone provenienti da altri Paesi e culture, e che forse anche per la città è stato un luogo simbolo dell’accoglienza e dell’integrazione». «Siamo lacerati – dice Terrosi – sono state esperienze di vita importantissime per ognuno di noi»
Due famiglie che vivevano in via Trento sono state trasferite a Ribolla. Entro il 10 aprile tutti gli ospiti dovranno andarsene in altri centri. Alcuni a Ribolla, altri probabilmente a Cupi (Magliano) e Roselle (Grosseto), ma la notizia non è confermata. «Nessuno di loro finirà in strada – dice Terrosi –. Per strada ci vanno solo gli operatori». E a chi storce il naso ed è pronto a festeggiare la chiusura del centro, Terrosi presenta un semplice dato: «Se chiudessero tutti e tre i nostri centri in provincia si perderebbero stipendi per 600mila euro l’anno e tredici famiglie si ritroverebbero sul lastrico». —
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