Il Tirreno

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Vandali nella chiesina cinquecentesca della Via Cava

Fiora Bonelli
Vandali nella chiesina cinquecentesca della Via Cava

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A Pitigliano i vandali visitano e spaccano il portone della chiesina cinquecentesca dedicata ai Santi Filippo e Giacomo a metà tragitto della Via Cava che conduce alla Città dei morti, dove è possibile visitare la necropoli etrusca del Gradone, all’interno del Parco archeologico Manzi.

La chiesina appartiene alla famiglia di Antonietta Corfidi e di suo figlio Paolo Giusti che le sono legatissimi, perché, oltre a essere patrimonio artistico di valore, contiene anche i resti mortali degli antenati di famiglia. «Secondo un’attendibile tradizione, fu costruita da un nostro antenato – racconta il proprietario – come ex voto per una grazia ricevuta e da allora l’abbiamo sempre curata e sorvegliata. La chiesetta, tutta affrescata, non contiene nulla di valore, perché nel tempo ha subito furti vari ed è stata depredata di ogni cosa».

Stavolta i vandali hanno sfondato a calci il bel portone di legno rovinandolo. Eppure esiste anche una finestrella da cui si potrebbe vedere bene che dentro l’edificio non è custodito alcun pezzo di valore economico. «Da veri incoscienti – aggiungono Paolo e Antonietta – quei vandali non sanno che ogni bene di genere socioculturale, pittorico, architettonico non appartiene ai singoli ma alla collettività, quindi a loro stessi, che li deturpano».

Vicino alla porta distrutta della chiesina si vedono, lungo il muro, delle strisce bianche. «È un ricordo del bombardamento del ponte sul fiume Meleta avvenuto nel maggio 1944 – spiegano Paolo e Antonietta –. Allora la nostra famiglia fu in ansia per la stabilità del sacro edificio ma con l’aiuto del muratore proprietario dell’orto vicino, tutte le crepe furono tamponate e la chiesina fu messa in sicurezza con i mezzi di allora. Le crepe murate non sono belle, ma il danno subito dalla porta distrutta dai moderni barbari è più grave», osservano i proprietari colpiti nei loro affetti più profondi dal gesto vandalico.

«La nostra chiesina del Gradone – rammentano – ci ha dato diverse preoccupazioni, essendo stata più volte visitata dai ladri pur essendo evidente che non c’erano ricchezze da sottrarre. Ma alla fine del 1960 ci sentimmo proprio scoraggiati: il babbo ammalato non poteva più compiere il suo solito giro di sorveglianza, come diceva lui. Forse ciò nocque alla nostra chiesina che subì in quei giorni l’ultima e totale spogliazione». Sparirono il Crocifisso sull’altare, i candelieri, alcune palme particolari rivestite di piccole lamine colorate, che da qualche secolo servivano per addobbare l’altare durante la Messa e che sembravano ben conservate in una antica cassetta nascosta in un angolo. «In quel particolare momento ci sembrò una profanazione fatta con viltà – dicono i proprietari – e da allora abbiamo sempre portato tutto quello che serviva sull’altare, durante la celebrazione della Messa, senza lasciare nulla lì. Adesso la messa non ci viene più celebrata anche se la chiesa è ancora consacrata, ma nonostante gli spiacevoli imprevisti, tutti, anche i passanti occasionali, possono continuare a guardare e supplicare quella bella Immagine della Madonna che dall’altare ci ascolta e ci protegge». —

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