Il Tirreno

Grosseto

la tragedia dell’erasmus 

Tre anni senza Elena: le famiglie chiedono giustizia «Serve il processo»

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gavorrano. Sono passati tre anni dal 20 marzo 2016, la notte in cui in Spagna morì Elena Maestrini. Nello scontro dell’autobus persero la vita tredici studentesse del programma Erasmus, di cui sette italiane. Tra loro anche Elena.

Dal giorno dell’incidente i genitori di Elena aspettano ancora che venga indicato un responsabile e, come ogni anno da quel tragico 20 marzo, Elena verrà ricordata nella sede dell’associazione Auser di via Curiel a Bagno di Gavorrano oggi alle 17. Per chiedere giustizia l’avvocata Cinzia Zanaboni ha scritto un lungo comunicato, condiviso da tutti i legali delle altre ragazze. Zanaboni spiega che le famiglie oggi si trovano a fare i conti con lo sconcertante atteggiamento della giustizia spagnola, che «ha condotto il procedimento con una lentezza tale che si sta ancora dibattendo su quali indagini preliminari disporre». I familiari delle ragazze non hanno però semplicemente chiesto giustizia. Le famiglie chiedono «che alle loro figlie venga riconosciuto il diritto violato alla vita; chiedono che si riconosca che qualcuno non ha rispettato l’altrui diritto alla vita. Che questo sia frutto di un comportamento colposo o doloso – chiarisce – inciderà sulla quantificazione della pena ma non darà niente di più alle famiglie, è accessorio».

I legali chiedono quindi alle autorità spagnole se può essere considerato giusto il comportamento di una Università che consente ad un gruppo di studenti di organizzare al suo interno attività spendendo il nome dell’ateneo salvo poi disconoscerne l’esistenza, «ci devono spiegare – dice la legale – se è giusto che un società di trasporti per vendere un prodotto economico e ottenerne comunque un buon profitto non abbia previsto una turnazione di autisti, ma soprattutto, alla luce delle risultanze delle indagini, ci devono spiegare se è giusto che un autista dotato delle necessarie competenze professionali, si sia messo alla guida dell’autobus nonostante fosse consapevole della sua stanchezza». Ciò che vogliono le famiglie è che ci sia un processo. «Rifiutarsi invece di valutare ciò che è giusto, consegnare una giustizia diversa, non individuare alcuna responsabilità – dicono – sarebbe pericoloso perché vorrebbe dire consentire che nuovi episodi drammatici come quello accaduto a Freginals possano ripetersi ancora». Dietro a queste richieste i legali chiedono una risposta anche da parte delle istituzioni: «Perché queste ragazze ci rappresentano – conclude Zanaboni – e rappresentano tutti coloro che credono nei progetti comunitari che, senza una necessaria cooperazione tra i vari stati perderanno significato». —

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