Il dolore
Botte e minacce alla moglie Condannato a due anni
L’imputato dovrà anche risarcire i danni subiti dalla donna e dal figlio minorenne I carabinieri erano intervenuti nel 2017 nella loro abitazione a causa di un litigio
I maltrattamenti, secondo l’accusa, sarebbero andati avanti per un periodo lunghissimo: 13 anni, dal 2004 al luglio 2017, quando lui era stato sottoposto a una misura cautelare e cioè all’allontanamento da casa. Per tutto questo complesso di episodi, comprese le botte alla moglie (10 giorni di guarigione) nel giorno in cui lei fu costretta a scappare di casa con il figlio minorenne, l’uomo è stato adesso giudicato colpevole.
Il giudice Gian Marco De Vincenzi lo ha condannato a 2 anni (pena sospesa e cessazione delle misure cautelari in atto) più a risarcire i danni alla parte civile - cioè la moglie e il figlio - da liquidarsi in separata sede: nel frattempo, una provvisionale da 2.000 euro in favore della donna. Sotto processo un uomo oggi 48enne, di nazionalità straniera, abitante nel territorio del Comune di Orbetello. Il procedimento penale aveva avuto origine dalla chiamata giunta al 112 da parte di un uomo che aveva segnalato le grida di una donna: «Aiuto, chiamate i carabinieri». Aveva aperto la porta l’uomo poi imputato e la donna aveva raccontato alla pattuglia che il marito l’aveva picchiata poco prima. L’uomo negava, mentre dalla camera da letto arrivava il pianto di un bambino, non ferito ma in preda alla paura. Era arrivato il 118 e mamma e bambino erano stati portati al pronto soccorso.
Successivamente, la donna aveva raccontato ai militari di essere costretta a subire violenze dal 2004, con schiaffi, pugni, calci (un episodio del 2010, per il quale era andata al pronto soccorso, non era stato denunciato «per amore dei figli», idem nel 2015); e che il giorno dell’intervento dei carabinieri a casa la lite era nata perché il marito avrebbe preteso di avere da lei la metà del denaro della rata mensile del mutuo per la casa e che lei si era rifiutata perché non aveva la somma sufficiente, svolgendo soltanto dei lavoretti saltuari. Sarebbero iniziate le offese e le minacce («t’ammazzo, ti butto dal balcone»), accompagnate dalle botte. I carabinieri avevano sentito anche il figlio maggiore, studente universitario, che aveva confermato molti episodi; una vicina di casa, pur non avendo assistito alle violenze, aveva dichiarato di aver visto i segni sulla pelle. Una decina di giorni dopo il gip aveva ordinato all’uomo di allontanarsi da casa: interrogato, l’indagato aveva scelto di non rispondere. Era poi stato autorizzato a recarsi a casa, una sola volta, per ritirare i propri effetti personali. La donna, assistita dall’avvocato Walter De Santis, aveva poi sporto querela anche perché l’uomo aveva prelevato tutte le somme dal conto corrente cointestato, lasciando la donna senza messi di sostentamento; l’uomo non aveva nemmeno restituito le chiavi di casa e la donna era stata costretta a cambiare la serratura. —
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