Il Tirreno

Grosseto

il caso 

Sanità, indagati e diritto di cronaca Il difficile equilibrio e una legge ad hoc

Emilio Guariglia
Sanità, indagati e diritto di cronaca Il difficile equilibrio e una legge ad hoc

Gli operatori lamentano una disparità di trattamento ma sulla stampa non c’è alcuna forma di accanimento 

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Sanità, denunce, indagini, informazione: se ne torna a parlare dopo il recente caso di un anziano morto in ospedale. Il figlio ha presentato un esposto, la procura ha avviato l’inchiesta recapitando gli avvisi di garanzia a dieci professionisti dell’ospedale, i giornali hanno raccontato la vicenda pubblicando - come sempre - i nomi degli indagati.

Nell’ultimo mese è successo almeno altre tre volte, per drammi in quei casi legati a parti difficili. E forse proprio questa (per fortuna insolita) concentrazione di episodi in sequenza - in un mondo nel quale quotidianamente si lavora per curare e salvare - ha instillato in qualcuno l’idea della “persecuzione mediatica”. Due sindacati in particolare, prima Cgil e ora Fnomceo, non esitando a parlare di «criminalizzazione» o «comunicazione scandalistica» attaccano la stampa a testa bassa chiedendo in sostanza che i nomi dei medici e/o infermieri indagati siano taciuti almeno finché non si sia giunti a un processo.

Accuse pesanti, che tuttavia proprio là dove si scompongono nei toni tracimano nel pericoloso terreno delle fake. Fnomceo, per esempio, dice che i giornali «non rettificano mai» alla «chiusura dei procedimenti giudiziali»: falso, decenni di pagine stampate (scripta manent) su sentenze di assoluzione o proscioglimenti in sede di indagini preliminari testimoniano il contrario; il problema semmai è che i “denuncianti” (cioè coloro che si dichiarano vittime di malasanità) all’avvio del procedimento informano la stampa, mentre gli indagati quando il procedimento si chiude, senza neppure una richiesta di rinvio a giudizio, troppo spesso omettono di farlo, né ne dà notizia la procura che archivia. Se, uscendo dal furore polemico, i medici e i dirigenti delle aziende sanitarie si attivassero in questo senso, aiuterebbero il sistema dell’informazione a fare di più nella direzione da loro auspicata. Falso, poi, è parlare di “criminalizzazione”, quando ogni articolo di stampa specifica chiaramente che gli avvisi di garanzia sono atti dovuti, essendoci in Italia l’obbligatorietà dell’azione penale, e non sentenze.

Infine l’accusa più infondata, quella di una presunta “disparità di trattamento” rispetto ad altre categorie, insinuando una sorta di accanimento della stampa nei confronti della sanità. Falsissimo: i nomi degli indagati vengono pubblicati, nel rispetto delle leggi vigenti, sempre e comunque, per qualsivoglia persona, a meno che non vi siano da tutelare soggetti deboli, come i minori. Il “trattamento dispari” sarebbe dunque semmai quello di stabilire l’eccezione del silenzio per le indagini sulla sanità, peraltro argomento fra quelli di maggiore rilevanza e interesse pubblico. Perché allora fare i nomi dei sindaci che ricevono un avviso di garanzia per abuso d’ufficio o corruzione, tra i loro maggiori rischi professionali?

Nell’intervista in questa pagina il presidente dell’Ordine dei Medici di Grosseto, Roberto Madonna, spiega - con lodevole equilibrio - le ragioni per le quali la sua categoria è convinta di dover avere un trattamento “speciale” dal sistema dell’informazione. Non sta a noi giudicare nel merito. È tuttavia palese che la pressione in tal senso non va esercitata sui media, bensì sul legislatore. A quest’ultimo va richiesta una legge ad hoc, che consenta poi a chi fa informazione di tutelarsi contro le inevitabili proteste di tutto il resto del mondo: “perché loro no e noi sì?”. Sennò si abbia il coraggio di chiedere una legge che vieti sempre e comunque la pubblicazione del nome di un indagato prima dell’eventuale rinvio a giudizio. Assumendosi la responsabilità di questa richiesta di fronte all’opinione pubblica. Il problema, insomma, è complesso. Ed è per questo che va accolta con grande attenzione la proposta del presidente Madonna di un “tavolo pubblico” di dialogo e confronto, che superi la logica del complottismo e della voce grossa. Il Tirreno, anche attraverso le sue pagine, è a disposizione. —



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