Il Tirreno

Grosseto

LA STORIA

Truffa dei vigneti, la “rivincita” di Luca: accusa fondata, multa record all’Italia

Francesca Ferri
Truffa dei vigneti, la “rivincita” di Luca: accusa fondata, multa record all’Italia

L’agronomo scansanese Martinelli per anni ha segnalato anomalie sui reimpianti. Fu arrestato, poi assolto 

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SCANSANO. Un pilastro del “made in Italy”. Un mercato in cui l’Italia, con una produzione di circa 12 miliardi di euro (dato 2017), è la seconda forza mondiale. Un regolamento europeo non rispettato per quasi tre lustri.

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Oltre 50mila ettari di vigneti trovati irregolari. Una procedura di infrazione che finisce per costare allo Stato italiano la strabiliante multa di quasi 99 milioni di euro. E un uomo, un maremmano, un Davide contro Golia che ha combattuto una battaglia per il rispetto delle regole costatagli dodici anni di sofferenze, un arresto e un’infinita sequenza di ricorsi e denunce culminate nella sua assoluzione. Un uomo che trova la forza di non arrendersi. E di portare alla luce uno scandalo di cui poco si è parlato.

La storia è quella di Luca Martinelli, dottore agronomo scansanese, 57 anni, ex imprenditore di un’azienda a Poggioferro. Che da accusato di truffa – poi prosciolto con formula piena – diventa a sua volta accusatore. Il Tirreno aveva raccontato la sua storia nel 2009, quando la Cassazione mise fine al suo calvario, confermando la sua innocenza rispetto all’accusa formulata dalla Procura di Bari di aver falsificato documenti per ottenere falsi diritti di reimpianto delle viti al fine di rivenderli e farne un guadagno illecito.

Martinelli all’epoca lavorava per procura speciale nel settore della compravendita di quote di reimpianto delle viti, dopo che negli anni ’90 era stato il primo agronomo d’Italia a fare dei diritti di reimpianto un’attività fiorente. L’accusa gli costa l’arresto nel 2006 e il sequestro dei beni, e riduce sul lastrico la sua vita professionale e familiare.

A Martinelli, però, non è bastato togliere le gambe da quell’incubo. Negli anni in cui le accuse più infamanti gli piovono addosso, ha continuato a voler fare piena luce su uno scandalo che si rivelerà di dimensioni ben più grosse. «Ho maturato il convincimento che l’operato di alcune istituzioni italiane in materia di reimpianti di viti, in particolare la Regione Puglia, non fosse del tutto trasparente. Anzi», dice Martinelli.

Già nel 2006, da indagato e sotto processo, presenta alla Procura di Milano una denuncia pesante contro la Regione Puglia con allegate esplicite foto aeree di campagna. «Secondo me – dice Martinelli – erano la prova che molti vigneti erano irregolari perché impiantati in barba al divieto di nuovo impianto vigente nell’Ue dal 1988».

Martinelli si rende conto che in molti casi la violazione è dovuta al fatto che manca un requisito indispensabile perché il divieto di nuovo impianto sia applicato a dovere. «Mancava il controllo», spiega semplicemente. Accade in Puglia, ma anche in Veneto e in Sicilia, regioni che conosce bene per avervi lavorato.

Il fascicolo passa a Bari nello stesso anno, ma Martinelli ne perde le tracce. Vana la segnalazione al Gup del capoluogo pugliese due anni dopo. «Ho presentato una nuova denuncia, stavolta alla stazione dei carabinieri di Scansano», spiega. La denuncia arriva a Bari solo nel 2015 ma la Procura archivia tutto.

Nel frattempo, però, non stanco di combattere contro i mulini a vento, nel 2015 Martinelli presenta una denuncia alla Commissione Europea per «gravi e ripetute violazioni» che, continua a sostenere, la Regione Puglia avrebbe fatto ai regolamenti comunitari del settore vitivinicolo.

La svolta nell’aprile 2018. «A seguito della conclusione dell’iter amministrativo della mia denuncia alla Commissione Europea – spiega Martinelli – ricevo un corposo dossier di documenti. E lì trovo la conferma di quanto da sempre andavo sostenendo».

Il dossier contiene il carteggio tra la Commissione Europea (Direzione generale agricoltura) e lo Stato italiano relativo a una procedura di infrazione che nel frattempo – è il 2012 – l’Europa ha aperto nei confronti dell’Italia.

Bruxelles si accorge infatti che dal 1988, anno in cui scatta il divieto di nuovo impianto, fino al 2004 l’Italia è inadempiente all’obbligo di presentare lo schedario viticolo, il registro dove sono riportati tutti i dati sui vigneti estirpati e reimpiantati, il cui bilancio deve essere in pari. «Si badi bene, tutti lo sapevano, a ogni livello: regionale e ministeriale. Ma tutti se ne sono fregati, continuando il carosello della compravendita delle quote», dice Martinelli.

In tutto l’Europa scova oltre 52mila ettari di vigneti irregolarmente impiantati in Italia tra Puglia e Veneto. Ma come è stato possibile? «La storia – spiega l’agronomo – risale al 1998. Fino a quell’anno le autorità italiane non avevano attuato le disposizioni di controllo per verificare il rispetto del divieto di nuovi impianti. Da lì in poi le Regioni cominciano a mettersi in regola. La Toscana è stata tra le prime. E per circa 27mila ettari di vigneti la situazione viene sanata».

Altri 24.720,28 ettari, invece, secondo i documenti della Direzione generale Agricoltura, sono stati “regolarizzati” in maniera non conforme. «I revisori europei – spiega Martinelli sfogliando i fogli protocollati del carteggio – scoprono infatti che le “regolarizzazioni” si basavano su dati estratti dal catasto fondiario, atti notarili non accompagnati da elementi grafici, libretti Uma, cioè la fiscalità applicata al gasolio in agricoltura, attestati di guardie campestri. Niente di più lontano dalla semplice, ma comprensibilmente più efficace, prova fotografica aerea, l’unica che consente davvero di stabilire cosa è coltivato in un campo. In poche parole: documenti inattendibili». Si apre una procedura di infrazione a carico dell’Italia, in particolare della Regione Puglia che, con la Regione Sicilia, è al tempo stesso la più grande fornitrice di diritti di reimpianto e quella in cui gli impianti illeciti sono i più significativi in termini di superfici. La sanzione comminata è astronomica: quasi 99 milioni di euro (98.881.120 euro), vale a dire 4mila euro per ciascun ettaro irregolare.

«La multa è già stata pagata dalla comunità mediante i meccanismi del Fondo Europeo di Garanzia in Agricoltura dall’Unione Europea, comminata in un minore rimborso del Fondo», spiega Martinelli. Un danno, insomma, che alla fine si ripercuote su tutto il settore. Per l’agronomo Martinelli la conferma, dopo tredici anni di incubo, che le sue non erano illazioni. E che se qualcuno ha infranto le regole, questi non era lui. Sollevato? Soddisfatto? Di certo un calice amarissimo da buttar giù. –


 

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