Il Tirreno

Grosseto

il processo 

Gioiellieri assolti piangono in aula

F.G.
Gioiellieri assolti piangono in aula

Erano stati accusati di ricettazione: secondo il giudice avevano acquistato quei monili in buona fede

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grosseto. È stata premiata la buona fede dei due gioiellieri che sono finiti a processo con l’accusa di ricettazione. Non potevano sapere - secondo il perito nominato dalla difesa e secondo il giudice Marco Bilisari che li ha assolti - che alcuni dei monili che erano stati portati nel loro negozio di compro oro, erano stati rubati. Uno proprio in città: si trattava infatti di una catenina, strappata dal collo di una donna mentre attraversava il sottopasso di Barbanella. Per quel furto, il responsabile ha patteggiato, spiegando, di aver venduto quel monile ai due gioiellieri.

Vezio Chechi, 64 anni e Adriano Meini, 68 anni, non hanno perso nemmeno un’udienza del processo che li vedeva imputati e quando il giudice ha letto la sentenza di assoluzione, si sono commossi. Titolari della gioielleria Studio Uno di viale Matteotti, i due uomini sono stati difesi dall’avvocato Roberto Baccheschi che già un mese dopo la denuncia nei confronti dei due gioielleri era riuscito a far riavere ai due artigiani sia i 95 monili che 200mila euro cge erano stati sequestrati su disposizione della Procura. Le indagini sono state condotte dagli uomini delle volanti della Questura. Durante il processo sono stati sentiti una quindicina di testimoni e consulenti che hanno messo in evidenza il fatto che la collanina era stata venduta a uno dei due gioiellieri a prezzo di mercato, senza quindi destare alcun sospetto. Nel negozio c’era solo il Chechi, perché il giorno dei fatti il Meini era di riposo.

Quanto ai monili sequestri, 8 di questi, furono riconosciuti, sul sito della Questura da tre persone che avevano subito furti (uno a Ferrara, uno a Palermo, uno a Follonica).

Ma l’audizione dei tre proprietari, insieme ai testimoni portati dalla difesa (tra cui, quale consulente tecnico ed esperto in oro e preziosi, Simone Stoppa dell’omonima gioielleria che si trova in centro, ha dimostrato che i monili sequestrati erano di tipo commerciali, e cioè prodotti in serie: cosicché i titolari della Gioielleria Uno, che svolge normalmente attività di compro oro, non potevano aver consapevolezza che quegli oggetti potessero provenire da furti o rapine.

In sede di discussione, l’avvocato Baccheschi ha sostenuto quindi che non vi fosse alcun presupposto per ritenere che i due imputati sapessero che i monili sequestrati potessero provenire da furti o rapine, sia perché essi erano prodotti di serie, sia perché erano stati acquistati nell’ambito dell’attività di compro oro e pagati al prezzo di mercato dell’oro. — F.G.

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