Sicurezza
«Uccise la madre», sarà processato Corte di assise per Giuseppe Di Gioia
È accusato di omicidio preterintenzionale e di rapina. Lui ha ammesso il litigio ma ha sempre negato di averla aggredita
Sarà processato dalla Corte di assise - e la prima udienza si terrà fra poco più di un mese - Giuseppe Di Gioia, 51 anni, accusato di omicidio preterintenzionale. Secondo l’accusa avrebbe causato la morte della madre, Donata Muccio, 85 anni, nella sua abitazione, afferrandola per il collo. Ciò perché avrebbe voluto portare via dalla sua abitazione del denaro e dei gioielli.
Rischia fino a 18 anni (ma si dovrebbero aggiungere le aggravanti del fatto commesso contro un’ascendente nonché la pena prevista dalla rapina) per quell’episodio avvenuto il 24 ottobre 2015 nell’abitazione di via Sauro, per il quale Di Gioia era inizialmente finito anche in cella. Lui si è sempre dichiarato estraneo, ha sempre giurato di non aver messo le mani addosso alla madre, trovata priva di vita sul pavimento della cucina dalla figlia convivente.
Ieri mattina, in Tribunale, il sostituto procuratore Salvatore Ferraro e i difensori si sono trovati di fronte al giudice dell’udienza preliminare Sergio Compagnucci. Il pm ha institito per il rinvio a giudizio. La difesa - gli avvocati Sabrina Pollini e Alessia Ceraolo - hanno invece insistito per una ricostruzione del tutto diversa dei fatti. L’autopsia del professor Luigi Cipolloni ha stabilito che Donata Muccio era morta a causa di un’insufficienta cardiorespiratoria, con un’asfissia e la frattura dell’osso ioide che Di Gioia avrebbe causato prendendo la mamma per il collo. La difesa ha fatto osservare che sulla pelle dell’anziana donna non erano rimasti segni di alcun genere e che dunque non è possibile parlare di uno strangolamento. Del resto, Di Gioia l’ha dichiarato dal primo momento: «Non l’ho uccisa, non le ho messo le mani addosso. Abbiamo litigato, sì. Ma non l’ho uccisa». «Quel sabato ero andato a mangiare da mia madre perché mi doveva dare un bottiglione d'olio e perché mi aveva chiesto di darle una mano a buttare via alcuni oggetti che aveva in casa».
E anche sulla contestazione di rapina, la difesa la vede in modo differente: anche davanti al gup, gli avvocati hanno sostenuto che si sarebbe trattato di una simulazione di reato, perché Di Gioia - preso dal panico dopo aver visto la madre cadere a terra e non dar più segni di vita - avrebbe inscenato un furto, per far credere che la mamma fosse morta perché aveva sorpreso i ladri in casa. E proprio sulla base di queste considerazioni, la difesa ha deciso di non chiedere alcun rito alternativo al giudice dell’udienza preliminare. Non c’erano alternative, insomma: o il proscioglimento o la Corte di assise.
Il gup ha deciso per la seconda ipotesi, dopo una camera di consiglio durata una ventina di minuti. Omicidio preterintenzionale e rapina sono i reati contestati. Sono rimasti in aula ad attendere il suo rientro lo stesso Di Gioia e l’avvocato di parte civile Mara Renzetti, che rappresenta i fratelli Maria Giuseppa e Nicola Antonio Di Gioia. Il giudice ha comunicato la data, il 27 marzo, poi è stato formato il fascicolo che dovrà essere trasmesso alla cancelleria del dibattimento: da queste carte sono state eliminate - su richiesta della difesa - quattro sommarie informazioni testimoniali raccolte dagli investigatori sulla situazione economica dell’imputato; eliminate perché, è stato il senso dell’eccezione accolta, raccolte dopo la conclusione delle indagini. In Corte di assise i due giudici togati (il collegio potrebbe essere presieduto dalla stessa presidente del Tribunale Laura Di Girolamo) saranno affiancati da sei giudici popolari, più tre supplenti. L’aggiornamento delle liste è avvenuto poche settimane fa. In queste settimane, accusa e difesa dovranno stilare la lista dei testimoni e individuare gli elementi di prova che intendono utilizzare nel dibattimento.
Di Gioia ha assistito in silenzio all’udienza. Nei suoi confronti sono cessate tutte le misure cautelari. Inizialmente, in carcere, non aveva risposto al gip ma aveva voluto fare delle dichiarazioni spontanee, piangendo e comunque negando l’aggressione. In seguito la polizia aveva perquisito la sua abitazione di Albinia, portando via un paio di borsoni con documenti ritenuti utili alle indagini. Il Tribunale del riesame, cui la difesa aveva fatto ricorso, aveva deciso per la conferma del carcere. Poi la polizia scientifica aveva compiuto un approfondito esame dell’appartamento. Le misure erano cessate l’8 gennaio 2016. Inizialmente era stata formulata l’ipotesi di omicidio volontario, poi quella di preterintenzionale. —
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