Sicurezza
Incidente nella cava sanzione per la società
Quasi ventimila euro alla Gessi, prescritto il reato di lesioni L’escavatorista era rimasto tetraplegico a 39 anni
ROCCASTRADA. Il reato di lesioni colpose - l’operaio era rimasto tetraplegico per le conseguenze dell’incidente sul lavoro nella cava - è prescritto. Il giudice Marco Bilisari ha però condannato la società Gessi Roccastrada a pagare 19.250 euro per l’illecito amministrativo in relazione alle norme antinfortunistiche. La società avrebbe utilizzato un lavoratore - Simone Belardi, all’epoca 39 anni (era il 27 agosto 2010) - che secondo l’imputazione non sarebbe stato adeguatamente formato come escavatorista, in assenza di prescrizioni sull’uso del Dumper, il mezzo utilizzato nella cava dove era avvenuto l’incidente.
Belardi, che non si è costituito parte civile, era alla guida del mezzo e non si era allacciato le cinture; nelle fasi di avvicinamento in retromarcia al ciglio di scarico del materiale, non aveva rispettato la distanza di sicurezza, con lo scopo di velocizzare le operazioni e di non dover sempre utilizzare il cosiddetto “palista” per lo scarico a valle del materiale. Le ruote posteriori avevano perso l’appoggio (parte del ciglio era franato) e il mezzo si era ribaltato sul tetto dopo essere precipitato per tre-quattro metri. Simone Belardi era rimasto tetraplegico.
Per lesioni colpose erano finiti sotto accusa Vincenzo Campiglia e Giuseppe Beltrami, il primo presidente del cda di Gessi Roccastrada e datore di lavoro, il secondo amministratore delegato e direttore di cava. È stata la stessa viceprocuratrice onoraria Pamela Di Guglielmo a sollecitare la pronuncia di estinzione per prescrizione e la condanna per la società («i corsi di formazione iniziarono solo dopo il sinistro»), anche se l’avvocato Luciano Giorgi aveva invitato il giudice a pronunciarsi anche nel merito. Giorgi (difesa di Beltrami) ha evidenziato che sarebbe stato il sorvegliante a verificare la sussistenza di una formazione adeguata del personale e il rispetto delle metodiche. E Belardi, purtroppo, non si era allacciato le cinture come era stato prescritto: «La cabina era rimasta integra, si apriva bene addirittura lo sportello. E da fuori non era possibile vedere se la cintura era allacciata». L’insussistenza della responsabilità della società è stata ribadita dall’avvocato Lucia Capaccioli anche mediante una memoria. L’avvocato Carlo Valle, per Campiglia, ha insistito su ruoli e compiti di sorveglianza, evidenziando la mancanza di manovre specifiche in quel lavoro («sono rimesse all’arte mineraria, all’esperienza») e ricordando che nelle comunicazioni via radio tra gli operatori era stato raccomandato di non avvicinarsi al ciglio. «Se Belardi avesse indossato la cintura non sarebbe poi avvenuto nulla», ha concluso. —
P.S.
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