Lutto
Tetraplegico dopo l’incidente: «Ma non ci sono colpevoli»
Capalbio, dopo 19 anni il pronunciamento del giudice sulla responsabilità di medico e Asl. Protesta il padre del ragazzo che allora aveva 15 anni: «Facciamo appello»
CAPALBIO. Aveva appena 15 anni, nel 1999. Era un ragazzino sveglio, cresciuto a Capalbio. Con il mare dentro, proprio come tutti i suoi coetanei. Suo babbo Renato aveva una società di rimessaggio che gestiva anche un corridoio in mare e che si chiamava proprio Ma.Re, dove le imbarcazioni arrivavano, approdavano e ripartivano. Era lì, al lavoro, il 28 agosto 1999, quando il suo primogenito stava facendo una gita sul gommone: cadde e si spezzò la quinta vertebra cervicale.
Fu Renato Mascitti, il padre, a tirarlo fuori dall’acqua, insieme a un ortopedico che era sulla spiaggia e che intervenne subito per dare una mano. «Lo fece mettere su una tavola da surf per tenerlo fermo - ricorda oggi Renato - ma quando arrivò il 118, a mio figlio non fu messo il collare e fu portato via con una barella a cucchiaio, invece che con l’unità spinale. Poi fu accompagnato all’ospedale di Orbetello prima di essere portato a Grosseto e infine a Firenze. Per questo abbiamo deciso di fare causa al medico del 118 e all’Asl».
La sentenza
Ci sono voluti 19 anni per arrivare al verdetto emesso dal giudice Giulia Conti: nessuna responsabilità e compensazione di spese di lite perché «nell’operato dei sanitari grossetani sono emersi profili d’imperizia - scrive il magistrato - ma la domanda è stata respinta per l’impossibilità di fornire la prova, invero non facile, delle conseguenze di tale contegno».
Sarebbe stata alta la cifra che la famiglia avrebbe dovuto pagare se non fosse stata compensata tra le parti. «Nell’ordine di 50mila euro - dice ancora Renato - ma non è questo che mi amareggia. Ricorreremo in appello, perché quel giorno le cose non sono state fatte nella maniera opportuna, di questo sono convinto».
Il ragazzo, dal San Giovanni di Dio, fu portato al Cto di Firenze con un elicottero militare. Arrivò sei ore dopo l’incidente. Un ritardo che per i genitori del giovane, ha significato tanto. «A Firenze ci dissero che erano state perse ore preziose - ricorda Renato - e che mio figlio, da quel momento in poi, avrebbe potuto muovere solo la testa». È stata questa, tra le due, la sentenza peggiore che l’uomo potesse ricevere. Il ragazzo aveva 15 anni ed era il più grande di tre figli. Renato, da quel momento, ha messo la sua vita al servizio di quella di suo figlio, permettendogli di fare quello che ogni altro giovane della sua età aveva diritto di fare. «Ha studiato e si è laureato in designer - racconta - Tra poco si sposerà. Ma nessuno ha pagato per quello che è successo a mio figlio». Dal giorno in cui a Renato è stato comunicato che suo figlio non sarebbe più potuto stare nemmeno seduto su una carrozzina, l’uomo ha cominciato a lavorare affinché fosse lui, insieme al ragazzo, a sua moglie e agli altri figli, a fare un piccolo miracolo.
Una seconda vita
Renato è l’unico tassista che esiste a Capalbio: rimasto orfano quando aveva appena sei anni perché un fulmine trapassò e uccise suo padre, per pagare la riabilitazione al ragazzo, per attrezzare la loro abitazione affinché fosse funzionale per Roberto e per acquistargli l’auto e farlo sentire come tutti i ragazzi della sua età, ha speso tutto quello che aveva. «Ho venduto anche il mare a Tronchetti Provera - dice oggi - quando era in Pirelli e veniva in vacanza a Capalbio. Insomma, gli ho venduto la società che dal demanio aveva in concessione un pezzo di mare. Nel 1976 ebbi un incidente terribile e mi scoppiò una vertebra dorsale. Stetti a lungo in carrozzina e ora so quello che mio figlio ha passato. La sentenza non mi va giù: nessuno ha pagato per gli errori che secondo noi sono stati commessi».
Dal 2009, l’uomo ha cominciato a frequentare l’Unitalsi e a darsi da fare anche per gli altri. E grazie a questo percorso nutrito di speranza è riuscito a dare una vita quasi normale a suo figlio che oggi, a quasi trentacinque anni, sta per sposarsi. «È fidanzato da anni con una ragazza straordinaria - dice - ha preso il patentino per lavorare con il pc ma dopo un breve periodo in Comune, non riesce ora a trovare lavoro. Le difficoltà economiche sono davvero tante: io lavoro come un matto perché mio figlio con 230 euro al mese di pensione e l’accompagnamento non ce la farebbe a vivere. Tra poco probabilmente riusciremo anche a fargli utilizzare l’esoscheletro per alzarsi: mi dicevano che avrebbe potuto muovere solo la testa, invece grazie alla riabilitazione è quasi riuscito a rialzarsi». Renato va avanti, senza alcun tentennamento. «Sì, ora facciamo ricorso». —
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