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tribunale 

«Mi ha sparato e colpito alla testa perché avevamo dato fastidio ai gatti»

Pierluigi Sposato
«Mi ha sparato e colpito alla testa perché avevamo dato fastidio ai gatti»

Al processo per lesioni parla un giovane allora minorenne: è imputato il padre di un loro amico. I fatti sono del 2011 

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«Sì, avevamo sparato contro i gatti ma senza colpirli, non avevamo i pallini. Poi lui prese il fucile e ci disse “Ora ve lo faccio provare io quello che avete fatto al gatto”. E sparò contro di noi».

Niko, oggi 21 anni, ne aveva 13 quel giorno, quando venne ferito alla testa da un colpo di arma. Era il 20 novembre 2011, c’era una festa, un ritrovo, in un podere nelle campagne di Gavorrano. C’era lui e c’erano due amici, Mattia e David: «Sparò anche contro di loro ma non li colpì: il proiettile finì per bucare una grondaia». Hanno parlato tutti, Niko, Mattia e David, nell’udienza che si è tenuta ieri davanti al giudice Marco Bilisari. Imputato è Stefano Rizzi, oggi 62 anni, padre di un loro amico: erano stati invitati nella sua proprietà. È imputato per lesioni, per quella ferita al cuoio capelluto guarita in sette giorni causata da un pallino di piombo sparato con aria compressa, recita l’imputazione. Niko si è costituito parte civile con l’avvocato Thomas Vignoli. Ha risposto alle domande della viceprocuratrice onoraria Pamela Di Guglielmo che gli ha chiesto di ricostruire cosa era avvenuto quel giorno. Ricostruzione drammatica, specie in alcuni passaggi: «Aveva tirato ai miei due amici, senza prenderli. Poi mi aveva incrociato e ha puntato l’arma contro di me: avevo messo le mani davanti per proteggermi, avevo detto di non sparare. Ma lui aveva sparato. Sanguinavo alla testa, lui mi ha sciacquato con la sistola, come fossi un cane. Poi ho chiamato mio padre e insieme a lui e ai miei amici sono andato via».

Rispondendo anche alle domande del difensore di Rizzi, l’avvocato Mauro Ricci, Niko ha cercato di mettere a fuoco anche gli orari, pur se sono passati oltre otto anni e lui era davvero un ragazzino. Niko andò in ospedale, gli furono messi dei punti: «Ma io sentivo ancora male, tornai giorni dopo in ospedale: qui scoprirono che in testa mi era rimasto un pallino». Di quel pallino ha parlato il medico che lo aveva estratto e consegnato all’agente del posto di polizia dell’ospedale. Il pallino era stato scoperto nel corso di un intervento programmato, perché Niko aveva una tumefazione in testa a giorni dalla prima medicazione ed era necessario capire perché.

Anche Mattia e David sono stati ascoltati dal giudice. Hanno reso dichiarazioni concordanti pur nella difficoltà di rimettere a fuoco ricordi da adolescenti. Loro non erano stati colpiti, il proiettile indirizzato contro di loro aveva terminato la corsa contro un pezzo di grondaia. «A noi ci è andata bene ma aveva mirato contro di noi». Sì giocavamo con i gatti, sì potevamo aver dato loro fastidio «ma noi usavamo un’arma giocattolo». E poi «Niko sanguinava parecchio», ha detto David. Anche Mattia ha ricordato la fuga per evitare di essere colpiti. L’avvocato Ricci ha chiesto di precisare il tipo di arma, il modo di caricarla, i luoghi dell’incontro e dello sparo, come era fatta la casa, quanti piani aveva, dove era l’arma o le armi, ciò che era avvenuto prima, ciò che era avvenuto dopo, cioè una volta che i ragazzi erano andati via dal casolare, le modalità con le quali era stata presentata la denuncia-querela, chi l’aveva fatta (i genitori, data l’età di Niko all’epoca dei fatti), cosa era avvenuto quando lui era stato sentito dall’ispettore di polizia alcuni mesi dopo.

Una ricostruzione che secondo il difensore non è sufficiente, al punto che nella prossima udienza, a marzo, dovranno essere sentiti quattro testimoni citati dalla difesa. Ha detto ancora Niko: «Sono stato in cura per questo episodio, mi è capitato di sognare quel giorno e lo sparo». Come se avesse davvero visto la morte in faccia. —



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