Toscana
Vocazioni ormai in crisi: gli ultimi Cappuccini rischiano il trasferimento e il convento la chiusura
ll bel cenobio di San Lorenzo sorge tra Arcidosso e Castel del Piano È uno dei simboli più cari agli amiatini che temono possa venire meno
ARCIDOSSO. Il convento minoritico dei frati Cappuccini di San Lorenzo di Arcidosso è in odore di chiusura. È ormai da tempo che circolano voci che indicano questa strada e il dispiacere degli amiatini è palpabile.
Notizie certissime non ve ne sono, ma i tre frati rimasti al cenobio non escludono, parlando con qualcuno a loro molto vicino, che fra sei/sette mesi potrebbero essere trasferiti altrove. Non si sa, peraltro, cosa diventerà il convento: potrebbero arrivare frati di altro ordine oppure il convento stesso potrebbe essere destinato a diventare un ostello per i giovani. Le stesse istituzioni di Arcidosso sembrano dare per certa la chiusura. L’assessore alla cultura Adriano Crescenzi, fervido frequentatore dei Cappuccini, confessa: «Pare sia arrivata la fase finale del nostro cenobio. Poche vocazioni, poche richieste di farsi frate. Si dice che fra pochi mesi, nell’ambito della riorganizzazione dell’ordine, i tre frati rimasti a San Lorenzo saranno trasferiti altrove».
La voce non ha mancato di provocare immediate reazioni da parte dei fedeli e c’è chi ha salito pure le scale del Comune per informarsi e chiedere di bloccare l’operazione che cancellerebbeun simbolo amiatino: anche un simbolo di pacificazione fra due comunità confinanti, Arcidosso e Castel del Piano. Il convento infatti fu edificato nel XVI secolo: la prima pietra fu posta il 20 maggio 1591 da Frà Masseo Bardi, vescovo di Chiusi. Ma i frati erano arrivati qualche anno prima, nel 1588, chiamati da Ferdinando I dei Medici che voleva porre fine alle continue dispute e litigi fra i popoli di Arcidosso e di Castel del Piano. E proprio nel campo di Marte, dove le due comunità venivano spesso e volentieri alle mani, fu edificato il convento che si trova, infatti, esattamente sul confine fra i territori dei due comuni. E per tenere acceso il fuoco della conciliazione, lo stesso Granduca volle che un cappuccino predicasse la Quaresima a rotazione, una volta ad Arcidosso e una a Castel del Piano. Il terreno su cui sorse il convento, fu donato da un benefattore, Lattanzio Tartaglia e enti pubblici e privati cittadini sia di Arcidosso che di Castel del Piano contribuirono con offerte ripetute, all’avanzamento dei lavori. I primi cappuccini ospiti furono una decina e vivevano solo di elemosine ottenute con la questua settimanale, come richiedeva l’ordine. Soppresso prima da Leopoldo di Lorena, poi da Napoleone Bonaparte e infine dal governo italiano nel 1866, fu riscattato dalla famiglia Giovannini che lo restituì ai frati.
L’ultimo tentativo di espulsione fu nel 1919, quando le autorità vollero trasformare il convento in ospedale a causa di un’epidemia di colera scoppiata ad Arcidosso. Ma la popolazione di Case d’Orifile, del Crognolo, delle Fornaci e di San Lorenzo, accorse protestando e i frati rimasero nel convento.
Il complesso dei Cappuccini è molto frequentato da fedeli e da turisti, anche per le opere d’arte della chiesa, come la bella tela di Francesco Vanni che rappresenta l’incoronazione della Vergine. Nella stessa piazzetta, spicca la raffinata cappella di Merope Becchini, disegnata da Lorenzo Porciatti, con dipinti di Giuseppe Corsini e una bella tela di Galileo Chini. Si tratta di un complesso artistico di grande valore, di cui i cappuccini sono stati finora custodi e presidio e la cui sorte è nelle mani di chi sceglierà quale missione dare al convento.
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