Il Tirreno

Grosseto

Imprenditore edile scommette sul miniboom della canapa maremmana

Giovanna Mezzana
Riccardo Cecconi, architetto e amministratore delegato della Unibloc di Poggibonsi con un blocco da muratura in canapa
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Riccardo Cecconi, architetto e amministratore delegato della Unibloc di Poggibonsi con un blocco da muratura in canapa

Prende forma il progetto per una filiera corta autoctona ma manca l’anello della trasformazione. L’appello alla Regione

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GROSSETO. Nei campi maremmani cresce la canapa: secondo Cia Grosseto, sono 47 gli ettari – sparsi in tutta la Provincia, da Braccagni a Civitella, da Albinia a Marsiliana... – che nel 2018 sono stati riconvertiti all’antica pianta. È una riscoperta – la canapa in Maremma è sempre stata coltivata – che per ora ha contaminato le aspettative di una ventina di agricoltori. Sono dei visionari? Il rinnovato interesse per la pianta dalle foglie lanceolate rischia di finire come la “bolla” di qualche anno fa per il girasole? No. C’è qualcosa che bolle in pentola. C’è un progetto-unicum – per la creazione di una filiera corta della canapa industriale nella Toscana del Sud – che se venisse realizzato darebbe humus alla terra e nuove chance all’edilizia: settore primario e costruzioni, insieme, straordinariamente. C’è uno sbocco (anzi, più di uno) per la materia prima e finanche già un acquirente. Gli agricoltori si rimboccano le maniche e un imprenditore edile – Riccardo Cecconi, 54 anni, architetto e amministratore delegato della Unibloc di Poggibonsi, sul mercato dal 1972 – sarebbe pronto a fare shopping della materia prima-trasformata. Manca l’anello di mezzo, la trasformazione appunto. Attenzione: qui le infiorescenze che alimentano il neobusiness della canapa light non c’entrano: è il fusto della pianta al centro dell’attenzione.

dall’idea al progetto

Era dicembre 2017 quando Irene Silvestri, giovane grossetana designer di abbigliamento, presentò al Museo di Storia Naturale della Maremma la sua idea di filiera autoctona per la produzione di canapa ad uso industriale. Da lì sono stati compiuti passi avanti, seppure un po’ in sordina. In tanti hanno dato il proprio contributo al progetto che è ancora in fase embrionale: Irene, l’avvocato Elisa Ferraro (che ne sta curando tutti gli aspetti legali), la Camera di Commercio e la Cna con Riccardo Breda, Enrico Rabazzi di Cia, Antonio Capone di Confindustria Toscana Sud, per esempio. «Si tratta di un progetto etico per produrre materia prima di qualità – spiega Enrico Rabazzi di Cia – che sia remunerativo per i produttori, che parta dalla creazione di una filiera locale stabile fino ad arrivare al battesimo di una varietà tutta maremmana di canapa con il coinvolgimento dei centri di ricerca e delle Università toscane».

il maiale vegetale

Il fusto della canapa ha una parte legnosa – il “canapulo” – e una parte di fibra. Storicamente la pianta veniva coltivata per la fibra, impiegata nel tessile, e le donne – nei campi – battevano a mano il fusto per separare la fibra da canapulo che veniva gettato via. Oggi la canapa è considerata “il maiale vegetale” perché di essa si può non buttare via niente, canapulo incluso, che è considerato oro per chi intende lanciarsi nella bioedilizia. A differenza del legno, il canapulo non marcisce, è un ottimo isolante, si può impastare con cemento e calce – al posto di sabbia e ghiaia – per realizzare manufatti per l’edilizia assai più rispettosi dell’ambiente rispetto a quelli tradizionali. E qui entra in gioco l’imprenditore edile Riccardo Cecconi. «Il canapulo è un materiale miracoloso – dice – Erano anni che io cercavo materiali alternativi con cui realizzare manufatti da muratura che sottraessero meno all’ambiente. Io sono un costruttore con un’anima “verde”. Il problema è – continua – che devo acquistare il canapulo in Francia, Olanda, Romania, Ungheria: lo devo ordinare con mesi di anticipo sperando che me lo inviino; in Italia non ci sono aziende che separano la fibra dal canapulo, se non due attività sperimentali, una a Torino e una a Taranto. L’ottimo sarebbe disporre di una filiera corta: gli imprenditori maremmani coltivano la canapa, che viene separata-trasformata in un impianto, imprenditori edili acquistano il canapulo mentre la fibra può essere destinata al tessile». «E non dimentichiamoci – aggiunge – che nel Senese c’è il distretto del camper: gli interni dei mezzi vengono realizzati in legno e fibre di vetro, ma si sta studiando di sostituire le fibre di vetro con fibre di canapa». Non solo bioedilizia, dunque, ma anche Automotive.

cosa manca

Manca dunque l’anello mediano l’impianto di separazione-trasformazione. «Il progetto della filiera si incaglia qui – dice Cecconi – Ci vorrebbe un investimento da 5 milioni di euro. Difficile che qualcuno si faccia avanti. Bisognerebbe trovare uno sponsor “politico”. La Regione Toscana potrebbe sostenerci con un Pif, un piano integrato di filiera dall’agricoltura all’edilizia». Forse per la Maremma sarebbe la svolta. E forse, chissà, l’impianto potrebbe trovare posto a Rispescia, nel cosmo dell’Enaoli dove dovrebbe sorgere il Polo dell’Agroalimentare. C’è chi ci spera. –
 

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