Sicurezza
Idroscalo dimenticato da troppo «Il rosa del Giro non basta»
Laguna pronta ad accogliere i ciclisti: un lettore ricorda al Comune lo stato di abbandono e degrado dell’aeroporto Brunetta
LA LETTERA
Partiti i fenicotteri per la vacanza d’estate, in onore del Giro d’Italia che arriverà a Orbetello il 13 maggio, l’amministrazione comunale illuminerà di rosa il mulino della laguna di Ponente. Qualcuno ha subito suggerito di utilizzare i riflettori rosa anche per illuminare i resti dell’idroscalo. E non mancherà chi proporrà di inondare di rosa anche i bastioni che vigilano sull’ingresso in città e le porzioni di mura ciclopiche più in vista. Per onorare i ciclisti che inseguono la maglia rosa la città sembra non voler badare alle spese del contatore.
La sfilata di partenza, il giorno dopo, avverrà sulla strada che ha sui due lati i muri di recinzione, le cancellate e le inferriate dell’idroscalo, o se si preferisce dell’aeroporto Brunetta. Qualcuno dei pedalatori più curioso degli altri si chiederà che cosa c’è oltre queste barriere. Qualcun altro sbircerà per capire. Quel tratto di strada non è lungo, alcune centinaia di metri, ma ha una nobiltà che lo rende unico nel vasto panorama di asfalto che circonda Orbetello. Su questo percorso ogni giorno si passa in fretta al volante o al manubrio della bicicletta, raramente a piedi. Non c’è tempo quindi per guardare. Ma se si guardasse ci si accorgerebbe che quel muro e quei pilastri, con moduli decorativi di bugnato, separano da un mondo che ha avuto tanta parte nella storia recente di Orbetello. Anche il ponte che sorpassa il fosso Glacis ha una fattura non ordinaria: graniglia con decorazioni e bugnato. Una sciccheria per quei tempi. Dentro le recinzioni ora c’è il degrado. Non è roba di oggi, ma il risultato di decenni di me ne frego. Lo stesso disinteresse ha accomunato tutte le amministrazioni, dall’uscita del primo sindaco democratico all’insediamento dell’ultimo. Di quella merce non mi voglio occupare. Roba fascista che porta male.
Quello che è rimasto in piedi dopo le bombe alleate e la dinamite tedesca crolla poco alla volta nell’abbandono. Cosa farne? Scuole? Case di riposo? Un circolo filatelico? Palestre? Con un po’ di coscienza e una ventata di follia qualche idea si sarebbe potuta realizzare in questi decenni. Ma le tante paure che fanno da scorta ai reperti di allora hanno spento ogni fantasia. Ammesso che ci fosse. Una dimostrazione di quanto sia alto lo spessore del menefreghismo la si trova nelle inferriate. Avete voluto far finta di non vedere le crepe nei muri? Avreste almeno potuto vedere che sta marcendo nella ruggine tutto il ferro lavorato che innalza il simbolo delle ali. Centinaia di metri di inferriate che nessuno, in tutti questi anni, ha visto degradare. Come le cancellate in ferro battuto rimaste in piedi ai quattro ingressi della struttura. Che mani quei fabbri! Fascisti anche loro, per non degnare di cura la loro sapienza artigiana? Quante passate di antiruggine e di vernice protettiva si sarebbero potute dare in tutti questi anni di menefreghismo.
I ciclisti sfileranno senza sapere. Ma il loro passaggio potrebbe essere l’occasione, l’ultima, per prendere in mano spazzola per ferro e pennelli. Ma non colore rosa sulle inferriate. Un bel grigio scuro come le vostre coscienze. —
Alessandro Panini Finotti
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