Lutto
Centri di accoglienza: a 6 ex dipendenti riconosciuti 110mila euro di risarcimento
Hanno vinto la causa di lavoro promossa contro l’associazione Partecipazione e Sviluppo sulle differenze retributive
GROSSETO. Centodiecimila euro di risarcimento, a cui andranno aggiunti i contributi previdenziali Inps da conteggiare a parte (altre decine di migliaia di euro). È quanto spetta agli ex dipendenti dell’associazione “Partecipazione e Sviluppo onlus” di Lucca, gestore per anni di numerosi centri di accoglienza per migranti, riconosciuti dalla Prefettura, verso i quali venivano indirizzati i profughi. Una causa di lavoro che va avanti dal 2016 e che Il Tirreno ha raccontato fin dall’inizio. I dipendenti interessati sono Valentina Fedeli, Nicoletta Fedeli, Susanna Elewa, Marco Mazzei, Marco Varesi e Giulia Ciresa. Per altri due dipendenti il giudice non ha riconosciuto il diritto.
Tre anni in tribunale. Con la sentenza emessa dal giudice Giuseppe Grosso della sezione lavoro del Tribunale di Grosseto vengono riconosciute le istanze di quei lavoratori che alla fine del 2015 vennero licenziati dall’associazione lucchese. Reclamavano alcune mensilità, ma soprattutto un inquadramento diverso rispetto alle effettive mansioni. Gli ex dipendenti, prima di giungere alla causa, effettuarono un paio di tentativi di mediazione sindacale. Il primo attraverso la Cgil di Grosseto; successivamente una conciliazione con la Direzione territoriale del lavoro per il riconoscimento di diritti messi in discussione. Nonostante la volontà di evitare strascichi giudiziari, ambedue gli incontro fallirono. L’associazione non intendeva riconoscere le ragioni avanzate dai lavoratori, che si trovarono costretti, con il sostegno dell’avvocato Alessandro Antichi e del suo studio, a intraprendere le vie legali.
Volontari o dipendenti? I lavoratori, si erano rivolti al tribunale per ottenere un adeguato riconoscimento dell’attività svolta, da considerarsi a tutti gli effetti lavoro dipendente e non a progetto. Così, dopo una serie di udienze al Tribunale di Grosseto, avviate nella primavera di tre anni fa, il giudice Giuseppe Grosso ha emesso la sentenza che in pratica condanna l’associazione Partecipazione e Sviluppo a restituire gli importi non percepiti dai dipendenti impiegati con contratti di lavoro atipici. Dipendenti che, secondo il giudizio, svolgevano invece attività lavorativa subordinata, per la quale la norma contrattuale prevede oneri retributivi e contributivi più elevati per il datore di lavoro.
La sentenza. Oltre alla differenza retributiva agli ex dipendenti spetta un risarcimento che il giudice ha quantificato in 2,5 mensilità, a cui si andranno a sommare, sempre a carico di Partecipazione e Sviluppo, il versamento della differenza dei contributi previsti dal contratto che, nel caso di lavoro dipendente, sono maggiori rispetto ai contratti a progetto. Per la sola retribuzione e il risarcimento diretto agli ex lavoratori si profila, come detto, un indennizzo di quasi 110 mila euro, ai quali si andranno ad aggiungere i contributi previdenziali dettagliati dalle norme contrattuali in vigore. Sono rimasti fuori da questo percorso due ricorrenti (Elia Di Pace e Consuelo Santi) che, pur avendo svolto attività per la gestione dei richiedenti asilo, per il giudice sono da ritenersi inquadrati nell’attività di volontariato. Per loro l’associazione aveva emesso un atto deliberativo esposto e contestato nel corso dello svolgimento del processo.
Commenti.«È un risultato che fa chiarezza e rende giustizia a un caso che, nostro malgrado, era salito alla ribalta delle cronache circa tre anni fa – commentano i lavoratori, Luciano e Nicoletta Fedeli, Marco Mazzei, Susanna Elewa e Marco Varesi – il giudice ha stabilito che si dovevano applicare i contratti nazionali. La formula del contratto a progetto adottata dall’associazione ha consentito alla stessa di avere minori spese per retribuzioni (praticamente dimezzate), meno oneri previdenziali e aumentare così i profitti alle spalle di chi lavorava e ci metteva la faccia». —
Gabriele Baldanzi
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