Sicurezza
Leorda aveva paura: «Sono altri che danno fastidio»
NELLO SCORSO SETTEMBRE l’INCONTRO CON I “DISPERATI” DI VIA EMILIA
GROSSETO. Il Tirreno incontrò e parlò con Petru Leorda, il clochard moldavo trovato morto nei giorni scorsi nel garage di via Adriatico. Era fine settembre del 2018. In redazione erano giunte diverse segnalazioni dalla zona del “Fossino” – così veniva chiamato negli anni Sessanta-Settanta il quartiere composto dagli stabili condominiali che da via della Pace toccano via Aurelia Nord – cittadini che lamentavano la presenza, tra siepi e panchine, proprio sotto le finestre di decine di abitazioni, di una mezza dozzina di balordi di nazionalità straniera nell’area antistante questi palazzi dall’architettura essenziale, tirati su durante il boom edilizio del capoluogo.
Dopo le proteste, le segnalazioni alla polizia municipale e ai giornali, era stata presentata una querela alla Procura della Repubblica di Grosseto, firmata da diversi cittadini e redatta dall’avvocato Emanuele Adami. Una denuncia corredata da una ventina di immagini. In alcune si riconosce anche Leorda. In momenti diversi, la loro presenza fu verificata: una presenza che raccontava una situazione di oggettivo disagio sociale, che proprio in quei giorni di fine estate aveva raggiunto un punto di non ritorno.
C’era un bivacco di quattro persone, alcune di loro letteralmente accampate in via della Pace. Tra questi c’era Leorda, il più anziano del gruppetto, almeno in apparenza il più tranquillo e innocuo.
Tra i residenti, invece, serpeggiava il malumore, la rabbia. «Sono fastidiosi perché discutono tra loro, urlando. È un susseguirsi di schiamazzi giorno e notte, un consumo continuo di cibo e bevande alcoliche. E poi lo vedete: abbandonano qui rifiuti di ogni genere, tra cui le loro stesse feci e quelle degli animali che conducono. Ma la cosa più grave è il via vai e gli scambi di merce con altri sconosciuti che, per come vengono posti in essere, ci fanno sospettare traffici di sostanze illecite».
Due clochard parlarono, raccontando la loro di situazione. Uno era Leorda. Dissero che non avevano sporcato loro il marciapiede, né le panchine. Colpa di altri, arrivati dopo. In estate. Loro – lì, nel quartiere – c’erano da tempo e non avevano mai dato noia a nessuno. Non sarebbero andati via neanche con la forza. «Quelli che urlano, che danno fastidio alle famiglie, ma anche a noi, sono altri - dissero allora - Non possiamo farci niente. Anzi, siamo i primi ad avere paura». Il Comune di Grosseto, qualche giorno dopo l’articolo del Tirreno, tolse le panchine, ripulì l’area e nel quartiere tornò la quiete.
Di lì a poco quelle stesse persone – come raccontò il Tirreno, in un altro articolo, successivo – si ricompattarono in via Emilia, su una panchina diversa, a poche centinaia di metri di distanza, all’altezza del civico 14. Il giorno sul marciapiede, la notte nel tetro garage seminterrato di via Adriatico. Quello dove ha trovato la morte Petru Leorda. Spazzare a volte non basta, se la polvere, invece di raccoglierla, si nasconde sotto il tappeto. —
Gabriele Baldanzi
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