Gioco
Scampò all’eccidio di Niccioleta e fu deportato in un campo di lavoro. In ricordo di Ferio, testimone dell’orrore
Silvano Polvani, ex sindacalista, giornalista e scrittore, rende omaggio a un uomo, scomparso a dicembre 2018, che dell’orrore nazifascista fu testimone diretto
Nel giorno della memoria Silvano Polvani, ex sindacalista, giornalista e scrittore, rende omaggio a un uomo, scomparso il mese scorso, che dell’orrore nazifascista fu testimone diretto.
Ferio Terrosi ci ha lasciati in una fredda giornata di inizio dicembre. Aveva 92 anni, viveva a Niccioleta, dopo una vita trascorsa da minatore. L’ho conosciuto nel 2010, andai a trovarlo nel suo villaggio perché sapevo che custodiva una storia, tremendamente triste ma fra le pagine più emozionanti del nostro territorio.
Ferio è stato testimone e protagonista della tragedia avvenuta nella notte fra il 12 e 13 giugno del 1944 a Niccioleta, da dove fu deportato nel campo di lavoro-concentramento di Burgstan nella città di Rosenberg a Norimberga.
Non fu facile intervistare Ferio, il ricordo di quella strage e della sua esperienza al campo di lavoro era ancora attuale in lui: commozione e pianto erano presenti, propri di una memoria che non sempre è piacevole ma spesso è tormentosa, ma tuttavia necessaria tanto più in un mondo come il nostro che tutto consuma senza lasciare traccia.
È la mattina del 12 giugno, ricordava Ferio, quando i tedeschi accompagnati da aguzzini fascisti locali, irrompono nelle case di Niccioleta, e fra questa la sua, violandone l’intimità. Arrestarno gli uomini con l’accusa di essere a sostegno dei partigiani. Minatori, molti dei quali dell’Amiata, che si erano messi a difesa della loro miniera, a difesa del loro lavoro. Ferio ha diciassette anni e assieme al padre e al fratello con molti altri viene chiuso nella sala mensa della miniera di Niccioleta e da lì trasferito al cinema di Castelnuovo Val di Cecina, dove i prigionieri verranno divisi in due gruppi per destinazioni diverse. Ferio salirà su un camion per raggiungere Firenze. E da Firenze, su un treno dai vagoni blindati, raggiungerà il campo di concentramento di Burgstan.
È a Firenze che conoscerà la sorte toccata ai suoi compagni: erano stati tutti e settantasette fucilati a pochi chilometri da Castelnuovo, in una zona chiamata il Vallino. Erano caduti uno rovesciato sull’altro, tutti mitragliati e finiti con il colpo di grazia sparatogli da meno di un metro sulla fronte. Ferio aveva ancora, durante il nostro incontro, un ricordo lucido di quella sua permanenza nel campo di lavoro.
Venne destinato a lavorare in una fonderia, un lavoro duro che lo indebolirà nel fisico sino a farlo ammalare. Lì soffre la fame e la solitudine, ma in particolare è la mancanza di umanità dei suoi aguzzini che lo renderà infelice.
«Si lavorava per undici ore al giorno, la domenica era di riposo. Proibito parlare durante il lavoro, proibito assentarsi anche per i propri bisogni, per questi vi erano delle pause stabilite, fuori da queste dovevi sopportare o liberarli addosso, proibito chiedere informazioni, fare domande, rifiutare un comando. Agli ebrei e ai preti erano riservati i lavori più massacranti: lo scopo era di farli schiantare dopo due o tre settimane di lavoro. Il pranzo consisteva in una brodaglia di verdure unta sino all’inverosimile, servita in una lorda tazza, nella quale potevi inzuppare il solito pane nero. Trovavamo rifugio nel dormitorio e ce ne stavamo vicini gli uni agli altri. Il camino del forno crematorio non aveva pause, il fumo si diffondeva nel campo lasciando la sua puzza acida. In inverno le particelle che si liberavano nell’aria facevano condensa e si poggiavano sulle cose e sulle persone amalgamandosi alle ferite aperte e ai bluastri lividi. La cenere veniva dispersa».
Ferio si ammalerà e verrà trasferito in ospedale ed è da qui che la mattina del 27 gennaio 1945 –, molto presto, saranno state le quattro – all’improvvisò si aprì l’ampia finestra della vetrata e apparve un soldato americano, sorrideva e teneva sollevato il suo fucile. La Germania si era arresa alle forze di liberazione. Finì la guerra, gli alleati aprirono le porte e mostrarono al mondo la vergogna dei campi di concentramento e di lavoro.
Finita la guerra Ferio verrà ricoverato nell’ospedale di Bolzano. È nel 1946 che farà ritorno alla sua Niccioleta dove lo davano per morto. Ritornerà al suo lavoro in miniera, quella miniera che i suoi compagni avevano difeso sino all’estremo sacrificio.
La storia di Ferio è ancora oggi una memoria viva e palpitante che per nessuna ragione va smarrita. È la storia del nostro passato, il più cupo, ignominioso e difficile da cancellare. È il racconto del suo coraggio che ha permesso il nostro presente, che ci narra di uomini che con il loro ardimento ed esempio ci hanno cresciuti, educati e forgiati. Una storia che parla alle nuove generazioni indicando i valori della libertà e della dignità, una memoria che deve essere riposta nelle nostre coscienze così da non poter evaporare.
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