Il Tirreno

Grosseto

l’abbraccio di don enzo 

«Ci sia di monito perché non accada più»

F.G.

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grosseto. Don Enzo Capitani conosceva Petru. Conosceva la sua vita, aveva toccato con le sue stesse mani la disperazione dell’uomo, la speranza riposta nel suo lavoro, nella famiglia e poi il precipitare in un baratro di solitudine, in un fossa scavata dall’alcol e dal dolore. Ieri pomeriggio, appena ha saputo del ritrovamento del corpo senza vita del sessantenne è corso in quel parcheggio dove l’uomo potrebbe essere stato ucciso dal freddo oppure da qualche patologia legata all’abuso di alcol. «Non ci si abitua mai a tragedie come questa - dice - io rimango sempre meravigliato di fronte alla vita che soccombe alla morte, in circostanze come queste». Petru aveva una famiglia che ha sempre cercato di dargli una mano e di fargli vedere che esisteva un’alternativa alla distruzione. Aveva gli operatori del Coeso che spesso hanno cercato, quando lui si allontanava e si rifugiava tra i suoi demoni, di raggiungerlo e agguantarlo per farlo tornare a respirare. Aveva i volontari della Caritas che gli davano un pasto caldo, quelli del dormitorio che lo accoglievano la notte per farlo dormire in un letto. «Ma le sostanze - dice don Enzo - bruciano innanzitutto le relazioni umane. Certe volte, perché una persona possa vivere, bastano gli amici, gli affetti, la famiglia. L’alcol però, ha la capacità di disgregare tutto quello che di bello si può riuscire a costruire». Quando una persona muore, da sola in un parcheggio, forse uccisa dal freddo o forse dalle scelte fatte in precedenza, è una sconfitta per tutti. «Tragedie come questa ci devono servire da monito - aggiunge - perché non accadano ancora». — F.G.

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