Il Tirreno

Grosseto

il processo ex mabro 

«Royal Tuscany era una start up, il bilancio 2009 non era alterato»

«Royal Tuscany era una start up, il bilancio 2009 non era alterato»

Le motivazioni delle assoluzioni nei procedimenti unificati Giustificate le spese di rappresentanza, non ci fu truffa 

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GROSSETO. Diversa valutazione dell’attività societaria e diversa lettura del bilancio. Individuazione anche e soprattutto temporale degli incarichi e delle responsabilità. Giudizio di compatibilità sulle spese di rappresentanza. Insussistenza di ogni ipotesi di truffa. Sono i capisaldi delle 17 pagine di motivazioni adesso depositate con le quali, nel luglio scorso, il giudice dell’udienza preliminare Marco Mezzaluna ha assolto con motivazioni differenziate gli imputati (complessivamente 19, ma alcuni compaiono in più fascicoli - l’accusa aveva chiesto 9 condanne) nei tre procedimenti riuniti relativi al caso Mabro, l’ex fabbrica di abbigliamento. Quello del fallimento Royal Tuscany Fashion Group già Movies spa; quello del fallimento Abbigliamento Grosseto srl; quello del fallimento di Mabro spa.

Start up

Al centro delle contestazioni della Procura il bilancio 2009 di Royal Tuscany. Secondo la difesa era relativo a una società agli inizi, una start up. E secondo il gup la tesi è da accogliere: nuova compagine sociale, nuovo management, «nuova realtà imprenditoriale con un diverso progetto imprenditoriale». E questa diversa qualificazione ha «importanti riflessi sui criteri utilizzati per valutare le immobilizzazioni immateriali, stimate al 31 dicembre 2009 per un valore di 1.189.833 euro, mentre secondo il ct del pm avrebbero dovuto essere contabilizzate per il minor importo di 610.960 euro». Giustificati da questo punto di vista anche i costi di pubblicità, «rappresentando un vero e proprio investimento sul nuovo progetto».

Rimanenze

A confronto due metodi di valutazione sulle rimanenze: approcci diversi, «valutazioni non omogenee e quindi non confrontabili» oltre che essere state effettuate in date diverse («costo di produzione» nel bilancio al 31 dicembre 2009 e «costo medio» nella valorizzazione compiuta da Marco Milanesio al 31 luglio 2010). Sulla valutazione del credito verso Sarti d’Italia srl, il gup nota che «non vi era stata una differente valutazione del credito bensì il fatto che era intervenuta la restituzione della merce che aveva fatto ridurre il credito e ciò non costituiva contabilmente una perdita».

Falso in bilancio

«Tra le asserite falsità del bilancio, sulla cui sussistenza vi sono molti dubbi e poche certezze, e il fallimento della società sono trascorsi oltre sei anni, con l’intervento di altre gestioni, e risulta difficile collegare la gestione conclusasi nel 2009 con il successivo dissesto acclarato nell’agosto 2016, dopo l’infruttuoso esito del concordato preventivo», scrive il gup, essendo del parere anche che «non sia stata fornita, al di là di ogni ragionevole dubbio, la prova sia dell’effettiva falsità del bilancio incriminato sia dell’effettivo depauperamento delle risorse dell’impresa conseguente a quella condotta».

rappresentanza

Delle spese di rappresentanza si parla in merito all’ipotesi di bancarotta fraudolenta di Movies per l’utilizzo delle carte di credito aziendali per scopi personali e per l’appropriazione di arredi di un immobile in via Bellini (foresteria). Le carte di credito, ha fatto notare la difesa, furono utilizzate per ristoranti e alberghi. Secondo il giudice non c’è prova di un utilizzo illecito e non conta il fatto che siano state utilizzate nel fine settimana: «è assolutamente verosimile che alcune spese di rappresentanza, quali l’ospitalità di clienti importanti, siano avvenute proprio nel fine settimana». Gli importi non sarebbero poi rilevanti. E per la foresteria non ci sono elementi per capire se davvero ci sia stata una sottrazione di beni mobili.

Truffa dopo il falso

Il capo di reato è relativo all’esistenza di un falso in bilancio che avrebbe indotto Aldo Invitti a ritenere la società Movies solida convincendolo erroneamente a investirvi. Secondo il gup, esaminata la corrispondenza e la documentazione, «è inverosimile che Invitti non fosse a conoscenza della reale situazione economica, finanziaria e patrimoniale, tanto più che due professionisti di fiducia gli avevano sconsigliato di procedere al subingresso». E comunque il reato (2010) sarebbe prescritto. —

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