Sicurezza
Il 2018? Da dimenticare Incrementi soltanto per i settori vino e olio
La Cia traccia un bilancio preoccupante dell’anno passato Decisivi clima, infrastrutture e concorrenza estera
GROSSETO. Per l’agricoltura maremmana il 2018 è stato un anno da dimenticare. Lo confermano i vertici della Cia. Solo olio e vino registrano un lieve incremento, mentre tutti gli altri comparti continuano a soffrire, per ragioni diverse.
Il presidente Claudio Capecchi, il direttore Enrico Rabazzi, i vicepresidenti Francesca Barzagli ed Edoardo Donato, insieme a Gianfranco Turbanti, leader dell’associazione dei pensionati Cia, a un anno di distanza dall’assemblea elettiva che ha rivoluzionato i ruoli apicali, hanno incontrato i giornalisti nella sede di via Monterosa. «In Maremma continua la perdita di redditività per gli agricoltori – spiegano Rabazzi e Capecchi – e non solo per un aumento dei costi produttivi, ma soprattutto per la necessità di dover affrontare sempre nuove difficoltà, come quella dei cambiamenti climatici, una burocrazia insostenibile (per esempio gli indennizzi), la mancanza di infrastrutture, gli squilibri nelle filiere che arricchiscono le catene di distribuzione a danno dei consumatori e degli agricoltori, infine un mercato estero molto agguerrito e la mancanza di reciprocità tra gli stati membri».
A trainare gli unici due settori che registrano un andamento positivo (vino +15 per cento e olivicolo a marchio +20 per cento) sarebbe, al di là delle favorevoli condizioni meteo, una crescente consapevolezza del consumatore, che ha recepito la differenza tra prodotti certificati e garantiti e quelli provenienti da altri territori. Il vino, per esempio, soffre meno di altri comparti la concorrenza estera.
Cia sta inoltre incoraggiando e investendo in comunicazione per valorizzare il prodotto a denominazione di origine per quanto riguarda l’olio. Per la cerealicoltura, la cui remunerazione per gli agricoltori è in caduta libera, i dati nazionali raccolti da Cia confermano un’aumentata superficie seminata, che però non si traduce in un aumento di produzione o di qualità. Segni negativi soprattutto per il grano duro, mentre meno pesanti sono le perdite per il grano tenero e il mais. Bilancio negativo anche per la zootecnia che paga gli alti costi di produzione, la concorrenza estera e un calo della domanda interna.
Unico segno lievemente positivo per le carni locali, quelle provenienti da produzioni bio e di altissima qualità.
Il settore ovi-caprino continua a soffrire del problema predazioni, a cui si aggiungono le disdette del ritiro del latte e una calo della domanda di carne di agnello. Inoltre il ritardo dei rimborsi dei danni da predazione e gli alti costi per mantenere in sicurezza le greggi aggravano un settore già fortemente in crisi. —
Gabriele Baldanzi
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