Il Tirreno

Grosseto

«È difficile, forse impossibile, difendere le palme cittadine dal punteruolo rosso»

Francesca Ferri
«È difficile, forse impossibile, difendere le palme cittadine dal punteruolo rosso»

L’agronomo Marco Mencagli fa chiarezza sull’insetto che stermina le Phoenix canariensis tracciando un quadro che sembra lasciare poco spazio alla speranza di una soluzione 

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«Purtroppo il problema del punteruolo rosso è presente e non si risolverà nel giro di poco tempo: è successo adesso, ma sarebbe potuto succedere nel giro di poco. La presenza del punteruolo è consolidata. Era prevedibile, ma il problema è difficile, forse impossibile da gestire».

Marco Mencagli, agronomo, coautore del libro “La terapia segreta degli alberi” ( 2017) e uno dei tre soci della Tuscom associazione professionale, fa chiarezza sul punteruolo rosso, l’insetto killer che uccide le palme della specie Phoenix canariensis, come quella di piazza della Palma a Grosseto e come altre centinaia in tutto il territorio comunale e in provincia, anch’esse abbattute perché malate.

Dottor Mencagli, che armi abbiamo contro il punteruolo rosso?
«Per controllarlo si deve fare affidamento a una lotta chimica, basarsi su fitofarmaci che non sono privi di tossicità. Vanno usati in modo giusto, sia durante il trattamento che nei giorni successivi. E mi rendo conto che è una cosa molto complicata da fare in ambito cittadino».

Che tipo di tossicità?
«Non c’è soltanto un fitofarmaco: quello più efficace è l’estere fosforico, che è tossico. Altri fitofarmaci hanno una tossicità più bassa verso le persone, ma sono meno efficaci. Ovviamente, va però detto, se ben eseguiti questi trattamenti non creano problemi».

[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.17632897:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2019/01/08/news/punteruolo-killer-piazza-della-palma-perde-per-sempre-il-suo-simbolo-1.17632897]]Cosa impedisce di fare questi trattamenti, e di farli bene?
«Il problema è grosso e questi trattamenti sono costosi. Bisogna fare un rapporto costo-beneficio».

Che ne pensa della sostituzione delle palme malate con altre specie di palma non vulnerabili al punteruolo?
«La sostituzione delle piante potrebbe essere una soluzione non priva di interrogativi. È corretta se si pensa a specie che oggi non vengono attaccate dal punteruolo. Ma specie totalmente prive di rischio non ci sono. La Phoenix canariensis è una palma attaccabile; la Phoenix dactylifera è meno attaccata. Se il punteruolo se le trova davanti tutte e due, attacca la canariensis. Ma se la canariensis non c’è, perché sono state tutte eliminate, magari si sposta sulla dactylifera. Attacchi a palme diverse dalla canariensis ci sono stati un po’ in tutta Italia. Io non ci metterei la mano sul fuoco sul fatto che togliere le canaeriensis e mettere la palma da dattero tenga alla larga il punteruolo. Fermo restando che è un’operazione costosissima».

Sembra che non ci sia via d’uscita...
«No, almeno finché il punteruolo non sarà integrato in un meccanismo ambientale in cui troverà i propri antagonisti naturali, i propri predatori. Potrebbe succedere in qualche anno, ma non si sa se avverrà davvero, se sarà necessario che l’uomo intervenga...».

Nel suo ecosistema naturale il punteruolo che antagonista ha? Ed è ipotizzabile un suo inserimento dalle nostre parti per contrastare il punteruolo?
«Sappiamo che un vermetto, un ematòde, lo contrasta. Il problema è che abbiamo a che fare con esseri viventi che non necessariamente si adattano a un determinato ambiente, come ha fatto il punteruolo. Abbiamo a che fare con delle dinamiche biologiche complicate che non si risolvono facilmente. Introdurre un nuovo organismo non è cosa da fare a cuor leggero: a volte si rischia di fare un danno maggiore».

Ci sono altri ostacoli?
«Be’, non nascondiamocelo: l’importanza economica delle palme delle Canarie non è l’importanza economica delle derrate alimentari: il danno paesaggistico c’è, ma in una scala di valori economici, le stesse aziende che trattano i problemi biologici si concentrano sui danni ad altri tipi di colture, magari quelle che, appunto, garantiscono derrate alimentari». —

 

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