Italia
«Ora serve un’alleanza forte soprattutto con le famiglie»
Grosseto. La passione del rugby, un incidente di gioco, lo ha costretto giovanissimo su una carrozzina. Ma il rugby è passione più forte di ogni cosa. E allora ecco che Massimiliano Frascino usa proprio una metafora rugbistica per invitare tutti a fare la propria parte per Fondazione Il Sole. «È come la mischia in una partita di rugby», dice Frascino. E spiega: «Se uno solo alza il piede nel momento sbagliato in fase di spinta, tutto collassa».
Il “tutto” in questione è il sistema professionale con il quale Fondazione Il Sole rende “vita vera” la vita di quasi cento persone disabili, lavorando in primis per l’autonomia di chi autonomo non è. Un sistema delicatissimo che si regge anche e soprattutto sulla collaborazione delle famiglie: fisica, psicologica e ora – sempre di più – necessariamente anche economica. «La disabilità ti marca stretto», ricorda Frascino. «Ci sono situazioni davvero drammatiche e famiglie prive delle condizioni economiche e culturali per affrontarle. Chi può, deve dare anche per chi non può. È un principio, poi lo si può declinare in tanti modi. Permettere a una donna di quarant’anni, che ha sempre vissuto praticamente chiusa in casa, l’esperienza di una gita a Roma, o di andare alle terme, o di vedere Pienza: questa è la qualità della vita, senza retorica. Ma questo è anche un livello, oltre quello basico della sopravvivenza, che il pubblico non può garantire. Senza parlare della questione più impegnativa: quella del dopo di noi, cioè mantenere questa qualità della vita anche oltre la presenza dei genitori».
Oltre al maximutuo per l’acquisto del terreno, infatti ora Il Sole ha il grosso impegno sul “dopo di noi”, appartamenti nei quali piccoli gruppi di disabili vivono soli, sperimentando forme di autonomia che potranno rivelarsi decisive dopo la morte di genitori e familiari. Un progetto finanziato dalla Regione, ma che la Fondazione cofinanzia con 162 mila euro in tre anni. «Per questo – continua Frascino – chi si avvicina alla Fondazione deve capire che la Fondazione non è un semplice erogatore di servizi ma uno strumento e un alleato delle famiglie: chi non lo capisce fa bene a rivolgersi ad altri. Per noi i figli devono stare lontani dai genitori e i genitori fuori dalle attività quotidiane dei figli, se no le persone non si rendono autonome. In questi casi altrimenti si crea un rapporto psicologico “malato”, inevitabile ma che va rotto. E su questo noi siamo molto bravi. Per vivere in società, ad esempio, le persone disabili devono imparare regole che spesso proprio i genitori non gli fanno rispettare. Noi sì. Questo è il lavoro più nascosto e più importante». Per fare tutto questo, e molto altro, serve una programmazione di lungo periodo e soprattutto un’alleanza solida, come nella mischia del rugby. «Essere alleati significa prendersi responsabilità», conclude Frascino. «Nessuno da solo ce la fa, bisogna assumere fino in fondo la logica della solidarietà, oltre gli egoismi economici. Perciò per far fronte al mutuo convocheremo tutte le famiglie: facciamocene carico tutti, ognuno per quello che può». L’appello è lanciato. Nella speranza che nessuno, proprio ora, alzi il piede. —
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