Il Tirreno

Grosseto

«Troppe liti, poca visione: rischio di ritrovarci riserva indiana»

Emilio Guariglia
«Troppe liti, poca visione: rischio di ritrovarci riserva indiana»

Il presidente e i dati della crisi in Maremma: «Edilizia, il grande malato Tante aziende? Sì, ma piccole e aperte soprattutto per disperazione» 

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L’INTERVISTA

La conferma al timone di Confartigianato è una buona occasione per parlare con Gianni Lamioni del presente. Che in Maremma, alla voce “economia”, ormai da un po’ e con accelerazione preoccupante dà segni di sofferenza.

Presidente, partiamo da Confartigianato: cosa vede di positivo nel bilancio del suo ultimo mandato?

«Quest’anno è stata attivata la convenzione con il Cenpi, il Consorzio energia di Confartigianato nazionale: uno sportello interno che consente risparmi significativi sulla fornitura di luce e gas sia alle aziende che alle utenze domestiche associati. Negli ultimi due anni il progetto di welfare “Pronto Badanti”: un progetto apripista che funziona e di cui siamo orgogliosi. Sul fronte più strettamente imprenditoriale, il settore che negli ultimi anni ha risposto meglio è l’artigianato legato all’agroalimentare: ad esempio la rete dei frantoiani, un sistema che ora esporta olio in Cina; penso ai salumi del Mori o del Subissati… È l’ambito che meno di altri ha avvertito la crisi».

I punti dolenti, invece?

«Il più colpito, e che pure rappresenta il maggior numero di imprese, è il comparto dell’edilizia. E qui si commette un errore: non si parla infatti solo di costruzioni, ma anche di impiantistica, vedi la termoidraulica. Qui c’è una contrazione di oltre il 50 per cento, per il crollo del mercato immobiliare privato e degli interventi pubblici».

A questo proposito, Confartigianato in questi mesi è stata in prima fila nella sfida sugli appalti pubblici locali, pochi e troppo spesso, voi dite, aggiudicati a ditte “forestiere”...

«L’altro giorno il Comune di Grosseto ha preso l’impegno di fare licitazioni aperte e non più con manifestazione di interesse, in attesa della rivisitazione governativa del codice degli appalti. È un segnale significativo, un importante passo avanti. Ma resta il fatto dal 2016 sono stati appaltati circa 10 milioni sul bando periferie, e di questi solo 340mila euro sono andati ad aziende locali, perché con la procedura della manifestazione interesse e successivo sorteggio le imprese maremmane baciate dalla dea bendata sono state pochissime. In tre gare addirittura nessuna. Tutti dicono che bisogna proteggere e rilanciare il manifatturiero: sì, ma intanto salvaguardiamo il manifatturiero che a Grosseto c’è, l’edilizia».

Il 2018 è stato un anno molto difficile per il territorio: dai dati forniti dai sindacati alla recentissima classifica sulla qualità della vita, solo segni meno...

«È vero. La Maremma e il suo capoluogo vivono uno stato di oggettiva difficoltà, senza polemica. Io ero attaccato quando dicevo che la Maremma è un brand, ma ne evidenziavo anche i limiti: sei cioè talmente diverso da tutto il resto della Toscana che devi lavorare diversamente da tutto il resto della Toscana. Nel bene e nel male. Se oggi chiedi lo stato di crisi di quest’area è perché quest’area è diversa, con sue tipicità accentuate: la suggestione del territorio nel bene, l’assenza di dotazioni infrastrutturali nel male: strade, aeroporto, treni, qui rischiamo di diventare riserva indiana. Brand significa promuovere questo territorio in modo differente, innalzando la qualità dei servizi. Brand significava creare disciplinari che costringessero tutti ad adeguarsi a standard elevati».

Tra i dati positivi, sottolineato da molti come possibile punto di ripartenza, c’è quello sul numero di imprese attive: lei che ne pensa?

«È sempre stato così. Non è una novità. La provincia di Grosseto si è sempre giocata con quella di Cuneo il primato del territorio con più alta percentuale di imprese. Ma anche questo dato andrebbe analizzato sull’aspetto qualitativo, perché purtroppo molto spesso i giovani aprono impresa non, o non solo, per spirito imprenditoriale ma anche perché non hanno alternative. Per disperazione. E queste imprese cessano spesso entro i due anni. Lo certifica il numero di addetti: in Italia la media è di 3,6, in provincia di Grosseto 1,9. Insomma, in gran parte partite Iva individuali».

E la città capoluogo?

«Prima ancora che economico, qui c’è un problema culturale che ondeggia tra limite e grandezza. Il limite è quello di una città diventata irosa, astiosa e conflittuale spesso sul niente. Sulla buca o sul taglio di un pino, qui ci si minaccia di morte e spesso le scelte sono gestite con logiche da ultras da stadio. La città deve avere invece nuova ambizione e prospettiva di grandezza. Quindi una visione coraggiosa. Io sogno una città coerente con le immagini positive della Maremma nel mondo: le terme, il mare, il vino… Grosseto non è capitale della Maremma, due binari che non si incontrano mai, dei quali il capoluogo è parte debole. Come si risolve? Per esempio Grosseto dovrebbe pensare davvero a fare delle terme: perché a Roselle non si fanno? Esulterei di più al primo mattone delle nuove terme che all’ultimo demolito delle vecchie. Mi piacerebbe Grosseto capitale delle ciclabili d’Europa...».

Lei però così parla da aspirante sindaco...

«Confartigianato ha un atteggiamento propositivo: ci faremo portavoce di queste idee, ci faremo sindacato. E quando un sindacato produce un risultato importante come quello sugli appalti, lo riconosciamo. Sempre meglio tardi che mai. Di certo non ci infileremo mai in questa conflittualità virale che mina rapporti e non costruisce nulla». —

Emilio Guariglia



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