Il Tirreno

Grosseto

I luoghi religiosi ci raccontano la vita oltre il sipario

Stefano adami

I jeans col tocco “divino”, poi Facebook Partecipare al sacro oggi è davvero difficile 

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segnali dall’avana

Stefano adami

È sempre più difficile, oggi come oggi, partecipare al senso del sacro. Tutto ci viene offerto già bello e dissacrato, fin da quando si è bambini. Tutto svuotato, scavato dall’interno. Inviato a quel paese. Cominciarono con Jesus che era una marca di jeans, e da lì i dissacramenti si precipitarono in legione. Oggi con le religioni ci fanno i giochini della Playstation. Quindi si può immaginare quale sia il senso dell’italiano medio per una chiesa. Quanti, durante la messa domenicale, controllano whatsapp? Quanti vanno su Internet, aggiornano Facebook?

Già in illo tempore i bambini giocavano a figurine durante il servizio religioso. Per evitare i dissacramenti, almeno fino a che è possibile, ci avevano visto bene, nel corso del tempo, altre confessioni, proibendo la produzione di immagini di Dio. Certo, altre confessioni poi hanno avuto e hanno altri problemi. Ma almeno si sono salvate dai jeans divini. O dall’immagine sacra posizionata chissà dove, chissà come. Provate a dirlo a Massimo Cacciari. Vedrete come vi risponde. Cosa vuol dire, dunque, oggi, la consacrazione di un nuovo luogo di culto, di una nuova chiesa? Gli italiani, si sa, si dichiarano nella grande maggioranza cattolici. Ma per molti di quella grande maggioranza dirsi cattolici è come andare a pranzo dalla mamma o dalla suocera la domenica. Le agenzie battono una notizia secondo la quale Bergoglio avrebbe dichiarato che bisognerebbe venderle, le chiese, per dare il ricavato ai poveri. Ma sarà vero? O è una delle tante bufale? Certo, le varie confessioni religiose, nei secoli, ne hanno combinate di veramente terribili. Ma questo perché sono maneggiate da uomini. Piccoli uomini.

In realtà, i luoghi religiosi ci ricordano che non finisce tutto qui. Non può. Neppure per quelli che credono fermamente nel contrario. Che cosa ne sanno? Sul palco, quando cala il sipario, c’è ancora qualcosa, dall’altra parte. Qualcosa da osservare con il senso del sacro, appunto. —



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