Sicurezza
«L’unico vero pericolo è la pedagogia della paura»
L’INTERVENTOLUCIANA ROCCHI*Sarebbero state le preoccupazioni “della gente” , in particolare dei genitori, a provocare la denuncia della pericolosa convivenza del Centro provinciale per l’istruzione...
L’INTERVENTO
LUCIANA ROCCHI*
Sarebbero state le preoccupazioni “della gente” , in particolare dei genitori, a provocare la denuncia della pericolosa convivenza del Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, o Cpia.
A chi non ne conosca la natura, il Centro può apparire una sorta di attività umanitaria, più o meno privata e lodevole. Invece non è altro che un pezzo della nostra scuola pubblica, che si cura degli adulti, tutti, cittadini che “hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Articolo 3 della Costituzione, su cui ha giurato chi ha ruoli e impieghi pubblici.
In passato anche scuole primarie della città hanno dato sede al Centro. Rovesciando i termini della polemica, sono gli adulti del Cpia a non godere dei diritti costituzionali, dovendo mendicare ospitalità in istituti scolastici.
Ma qui, è ovvio, in questione è la diffidenza per “l’altro”, che si vuole che susciti paura.
Rassicurazioni sull’assenza dei pericoli e chiarimenti sulle procedure non sono più necessari. C’è un altro punto di vista che mi preme: l’introduzione della pedagogia della paura.
Incontro tanti ragazzi, nei viaggi di studio, o se chiamata a parlare con loro di storia o in progetti particolari.
Ascoltarli mi rassicura. Sono critici, non accolgono passivamente quel che ricevono – racconti, immagini, storie. Ma persino per i piccoli è innaturale il rifiuto, naturale l’accoglienza. Sono capaci di stupirci, come la bambina di terza elementare che prima della lezione dice la sua sulla città ideale: “quella dove non si manda via nessuno”, e lo argomenta.
Con i più grandi, quest’anno si parla dell’ottantesimo delle leggi razziali. Si ascolta insieme la testimonianza di una anziana ebrea fiorentina, che racconta la sofferenza per le prime forme di esclusione dalla scuola. In biblioteca le imposero di sedersi “in fondo”, lontana dagli altri, per non “contaminarli”.
I ragazzi colgono questo, più di altri passaggi della narrazione, capiscono il senso di una parola pesante; non è il loro vissuto.
Quando a scuola qualcuno chiama “negro” per offenderlo il compagno con la pelle nera è sempre qualcosa di innaturale, che viene da fuori, dalle preoccupazioni “della gente”.
A Montalcino, qualche giorno fa Edoardo Milesi e il gruppo di Ocra hanno riunito persone provenienti da varie parti d’Italia.
“Non ho paura dell’uomo nero” era il titolo di due giorni di testimonianze ed esperienze sul tema immigrazione. Non è stato il lamento collettivo di cosiddetti buonisti, perché, si è detto: «bisogna sfuggire allo scontro tra fegato e cuore ed essere razionali. Il problema esiste, cosi come esiste un modo per affrontarlo in maniera seria».
Sono i piccoli e i giovani i primi a non aver paura, a mettere la mente a contatto col cuore. Non corrompiamoli. Come dico spesso: i bambini e giovani ci salveranno.
Per questo, malgrado un clima sempre più pesante, io non ho paura.
*storica, insegnante
ex direttrice
Isgrec Grosseto
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