Sicurezza
Regole e storie degli artisti della pelle
Viaggio nella Tattoo Convention di Grosseto: dai rappresentanti della “vecchia scuola” alle nuove leve versione trap
GROSSETO
«Ci vogliono sette ore da casa mia a qua, sono partito giovedì. Arrivo dalla Valle d’Aosta». T-shirt – all’interno del Madonnino la temperatura è quasi primaverile – un sorriso a trentadue denti stampato in faccia e una manica della maglietta tirato su, sulla spalla, per lasciar “respirare” Jack Sparrow, il protagonista della celebre saga cinematografica “Pirati dei Caraibi”. Bello, sembra un ritratto. «È fantastico, lo ha fatto mio padre. È quel signore lì». Luca e Fabio Rossi. Babbo e figlio. Insieme. Alla convention dei tatuaggi di Grosseto. «Ho una ventina di tattoo, e me li ha fatti quasi tutti mio padre».
Musica, gente sdraiata, seduta, voltata di spalle. Tutti, o quasi, sotto le mani dei tatuatori. Sulla pelle vengono disegnati fiori, scritte, lettere, motivi psichedelici. Nel piazzale i parcheggi si riempiono a vista d’occhio. E si accavallano storie, si intrecciano stili, si mischiano accenti di ogni parte d’Italia. «Sono passato dalle scritte sui treni a quelle sulla pelle. Nel 1997 facevo i graffiti, oggi vivo di tatuaggi. Qualche volta riprendo in mano anche la bomboletta spray, ma ora sono un vecchietto, preferisco lo studio e gli aghi alle fughe sui binari». A parlare è Lash. Viene da Roma. Il suo vero nome? «Non è importante, io sono Lash e basta», dice. Tra i suoi clienti ci sono modelle e writers. Quartiere Magliana.
Come negli spogliatoi di calcio, o nelle caserme, anche nel mondo dei tattoo ci sono regole non scritte. Ci sono senatori e nuove leve. E lo riconosci subito chi appartiene alla “old school” e chi, invece, sta muovendo i suoi primi passi nel Pianeta Tatuaggi.
I nuovi arrivati cavalcano soprattutto l’onda del momento: musica trap – sottogenere dell’hip hop, diffusissima tra i giovani – sparata dalle casse, abbigliamento e portamento da star. Da loro si fermano soprattutto ragazzi e ragazze poco più che maggiorenni. E poi ci sono i vecchi leoni. Gli esperti. Meno in vista, seduti dietro al loro stand, osservano i visitatori, hanno qualche capello bianco. Tra loro c’è anche un grossetano: Massimo Alberti, che ha lo studio in via Paganini. «I giovani sono i benvenuti nel settore, ma a patto che sappiano lavorare bene». E qui Massimo entra nell’aspetto burocratico dei tatuaggi.
«La Toscana è una regione modello. Qui, per essere tatuatore, devi fare almeno 600 ore di corso specifico. In altre regioni ne bastano 90. Ecco perché succede che ragazzi e ragazze prendano in mano gli strumenti quando ancora non sanno bene neppure come si usano».
Massimo nel suo studio ha un’assistente di 26 anni, Ilia Cortesi. «Lei è con me da tre anni, ma ha iniziato a tatuare soltanto un anno fa. Ho voluto che imparasse bene – racconta Massimo Alberti – perché fare tatuaggi non è uno scherzo». E anche tra i giovani c’è chi ha un approccio “old”.
«Oggi con 100 euro compri un kit per tatuare su Amazon. È cosi che la gente, poi, fa danni sulla pelle di altri», spiega Simone, di Latina, dello studio The Anvil. L’importante, se fai il tatuatore, è riconoscere i tuoi limiti. «Faccio solo scritte e rose – dice Frank, napoletano – perché è ciò in cui sono specializzato. Lavoro con Antonio Arty e Dario Cosart, ci completiamo». Il tatuatore in una parola? «Siamo artisti – spiega Massimo Alberti – anche se in molti faticano a capirlo». —
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