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“Fuga” di Granarolo dal latte grossetano

Fiora Bonelli
 “Fuga” di Granarolo dal latte grossetano

Forniture interrotte per 40 aziende e brutta aria con Alival L’allarme di Coldiretti: «Si stima perdita di 5 milioni di euro» 

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GROSSETO. Si valuta in poco meno di 5 milioni di euro in un anno la perdita economica degli allevatori della provincia di Grosseto se Alival e Granarolo interromperanno del tutto, come già hanno cominciato a fare, i contratti con le aziende per le forniture di latte ovicaprino.

Sono già circa 40, infatti, le aziende del Grossetano, soprattutto dell’entroterra, che sono state avvertite che dal 1º gennaio 2019 non avranno più contratti attivi col gruppo Granarolo. Brutta aria anche per gli allevatori Alival. E non si tratta di briciole, ma di ben 5 milioni di litri di latte, il 10% di tutto quello della Toscana. Una mossa che se andrà in porto, porterà molti a chiudere in Maremma e in Amiata e così le perdite saranno moltiplicate, col mancato guadagno sulla lana e gli agnelli e il resto della filiera.

La notizia arriva dalla Coldiretti ed è un’altra tegola sul già provato mondo dell’allevamento della Toscana, regione nella quale dal 2010 al 2017 il 37% delle aziende di allevamento ha cessato l’attività. «Per problemi di predazioni, di viabilità, di prezzi del latte e altro ancora – sbotta Paolo Giannini, direttore di Coldiretti Grosseto –. E a risentirne sono specialmente le aziende delle aree interne, esempio Roccalbegna e Semproniano, dove non vi sono prospettive in altri settori e null’altro può essere fatto se non l’allevamento ovicaprino».

Da Granarolo sono già arrivate le prime disdette e si dà per certo che il gruppo bolognese vada a prendere il latte in Sardegna a prezzi stracciati, 65 centesimi, mentre in Toscana si mantiene sui 90.

Da Alival ancora non è trapelato nulla di ufficiale, ma si respira una cattiva aria. Alcuni allevatori dell’Amiata che conferiscono a Alival dicono: «Ci sono segnali brutti. Primo di tutti i tardati pagamenti. Gira anche voce che Alival voglia lasciare l’Amiata, dato che dopo la chiusura di Castel del Piano che riceveva 12 milioni di latte in un anno, la sede di Pienza non riesce ad accogliere tutto il latte. Ma speriamo invece che si tratti solo di una ristrutturazione dell’azienda che comunque bene non va».

Di fronte a questo quadro a tinte fosche, Coldiretti Grosseto è sul piede di guerra e ha scritto subito al presidente della giunta regionale Enrico Rossi e all’assessore all’agricoltura Marco Remaschi per chiedere un tavolo.

«Riteniamo – dice il presidente della Toscana – che se tale atteggiamento dovesse sostanziarsi, il danno sui territori interessati sarebbe gravissimo. Il comparto ovicaprino toscano conta oltre 1500 aziende per un valore in termini di latte di circa 55milioni di euro ed interessa 5000 posti di lavoro».

Il valore della filiera ovicaprina nel complesso è stimato in 110milioni di euro.

E infine la questione fondamentale del pecorino toscano dop «che – specifica Paolo Giannini – è prodotto esclusivamente con latte intero delle pecore allevate nella zona di origine (Toscana oltre ad 11 Comuni del Lazio e 2 dell’Umbria). In Toscana, quarta regione per numero di pecore, i capi arrivano ad oltre 471 mila, allevati in maniera estensiva. Diciassette i caseifici associati al Consorzio di tutela del Pecorino Toscano Dop. Qualcuno vuol far sparire il latte toscano per far sparire il Pecorino Toscano? Su questo Coldiretti e i pastori hanno idee molto chiare». —
 

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