Il Tirreno

Grosseto

L’autrice: «Non ci sono storie da nascondere, niente d’indicibile Spero che parlarne, oggi, serva ai giovani che ignorano il passato» 

«Un libro politico. Per uscire tutti insieme dalla rimozione»

EMILIO GUARIGLIA
«Un libro politico. Per uscire tutti insieme dalla rimozione»

L’INTERVISTALa propria infanzia a Grosseto come partenza per ritessere i fili di una delle “guerre mondiali” meno studiate della modernità: l’eroina. Vanessa, ci dice perché? «Grosseto perché la mia...

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L’INTERVISTA

La propria infanzia a Grosseto come partenza per ritessere i fili di una delle “guerre mondiali” meno studiate della modernità: l’eroina.

Vanessa, ci dice perché?

«Grosseto perché la mia storia si svolge interamente lì, ma anche perché in provincia “fosse America, o Russia, o la nostra città”, scrivevano Luciano Bianciardi e Carlo Cassola “gli interessi, le passioni, i miti, il costume sono più facilmente individuabili”. E poi il particolare in questo caso aiuta a comprendere un fenomeno molto esteso perché i suoi tratti caratteristici sono gli stessi ovunque. Senza dimenticare tuttavia che dietro ogni scelta, anche dietro l’eroina, c’è una storia individuale. Scrive la storica Sabina Loriga: “Negli ultimi duecento anni, i nostri libri di storia si sono riempiti di racconti senza soggetto”. Le ragioni sono tante, la prima dare uno statuto scientifico alle scienze umane. Ma il lavoro dello storico non è morale, scrive sempre Loriga, non propone esempi positivi o negativi, bensì è etico “perché porta a galla tutto il tormento dello scegliere, dello sbagliare, del fallire”. Io ho provato a riportare i soggetti, i loro nomi, i loro sbagli, in un libro di storia».

Nella “metà privata” del libro parla di persone a lei care. Eppure nella ricostruzione storico-scientifica non si scorgono tentazioni assolutorie, né cedimenti al rancore. Come ha fatto a mantenere la giusta distanza?

«Non ho nessun rancore. Ci ho messo tanti anni a capire come scrivere questo libro, ho studiato come hanno fatto gli altri per esempio, ho imparato molto dalla letteratura, da scrittrici come Nadia Terranova che ne Gli anni al contrario racconta la storia di suo padre, tossicodipendente poi morto di Aids. Ma io sono una storica e allora credo che la disciplina storiografica mi abbia fornito la giusta distanza, che non è una distanza di tempo, non credo che il tempo faccia vedere meglio le cose, è una distanza metodologica, quasi architettonica, la prospettiva come spazio mentale. Bisogna individuare un punto dal quale osservare e da quello le cose si colgono nella loro complessità pure se molto vicine».

Letteratura, canzoni, articoli di cronaca, studi sociologici, dibattiti parlamentari: tutto materiale che oggi, a rileggere stupiti il suo “libro si storia”, acuisce il senso dell’avvenuta rimozione collettiva. Come è potuto accadere?

«Non lo so, davvero, è come se a un certo punto il paesaggio umano rappresentato dai tossicodipendenti avesse smesso di essere notato. Sicuramente, come racconta Sam Quinones, l’arrivo dei cellulari ha contribuito a spostare lo spaccio entro confini meno visibili, eppure non basta come spiegazione».

E perché, ora, provare a opporsi all’oblio?

«Io ho evidentemente una ragione personale, una ragione privata alla Fenoglio. Eppure davvero il personale in questo caso è politico, perché riguarda tanti, e come scrivevano i ragazzi di Barbiana in Lettera a una professoressa, uscire dai problemi da soli è l’avarizia uscirne insieme è la politica. Ho voluto scrivere un libro politico per cercare di uscire (culturalmente) tutti insieme dalla rimozione del problema».

Nel libro cita Teresa Ciabatti. Un’altra donna che, nel romanzo “La più amata”, dalla sua infanzia grossetana riaccende la luce su un lato oscuro della Storia d’Italia. Non raccontate storie “edificanti”, entrambe laddove vi è possibile fate nomi e cognomi. Lei stessa accenna a timori e resistenze che hanno accompagnato “la notizia” del suo lavoro a questo libro. Alla fine com’è andata? E che reazioni si aspetta, o auspica?

«Non ci sono storie da nascondere. Nessuno ha fatto cose indicibili. Tutte le persone che nomino hanno affrontato i loro errori e li hanno superati. Mio padre per esempio è stato scagionato da ogni questione di spaccio, ha avuto soltanto un periodo di dipendenza, come è successo a tanti. Poi è finita e ora possiamo anche riderne. Con gli spacciatori non ho parlato, non mi interessa la loro voce. Ad alcune persone ho cambiato nome perché me l’hanno chiesto. Ad altre perché non volevo che un passato ormai lontano pregiudicasse in alcun modo il presente. Ci sono ancora moltissimi pregiudizi, io spero che questo libro possa aiutare in qualche modo a inquadrare un fenomeno all’interno di una prospettiva storica e molte persone a parlare a raccontare. Nessuno può guarire da solo, soprattutto dalla malattia della memoria».

“Piccola città” ha il merito di offrire più materiale di conoscenza che risposte. Però la domanda io gliela devo fare: perché, secondo lei, il massacro dell’eroina si è potuto compiere?

«Perché fin dall’inizio è stato visto come un problema morale. La dipendenza, da eroina, da alcool, da gioco, anche da fumo, non è un problema morale, ma un problema di relazioni, desideri, frustrazioni, un problema biologico e umano in tutta la sua complessità. Solo partendo da qui possiamo pensare di affrontarlo seriamente».

Pensa che “Piccola città” possa aiutare ad aiutare i tanti adolescenti figli dell’oblio che oggi scoprono l’eroina – “i deboli per anagrafe” come li definisce la recente inchiesta del Corriere – o è solo utopia?

«Io lo spero tanto, davvero». —

EMILIO GUARIGLIA

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