Il Tirreno

Grosseto

grosseto e l'eroina: il nuovo libro di vanessa roghi

La ricerca del tempo perduto che aiuta a capire il presente

Emilio Guariglia
La copertina del libro
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La copertina del libro

Come in un match di rugby, per procedere si guarda sempre indietro Oltre silenzi e nebbie ideologiche, cercando verità ancora non scritte

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LA LETTURA

La ricerca del tempo perduto non sempre è tempo perso. Specie se il cercatore sa valicare i confini delle nostalgie private o generazionali. Vanessa Roghi, per esempio, seguendo la traccia emotiva della sua personale madeleine _ foto in bianconero di un’infanzia anni Settanta a Grosseto _ ricuce la trama sconosciuta o rimossa di un conflitto globale più lungo della più lunga guerra e che al mondo ancora non offre tregua: l’eroina.

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“Piccola città. Una storia comune di eroina” è questo. Un viaggio pendolare nel tempo _ andata e ritorno, ma ogni ritorno un anno più in là _ che usa il ricordo autobiografico come inedito strumento d’inchiesta storica, sociologica, giornalistica, culturale. L’eziologia del male, quelle radici nella farmaceutica legale d’inizio Novecento; il suo irresistibile decorso, da sfizio delle élite a bandiera delle controculture a routinaria “livella” di massa; le maldestre e fallimentari terapie, sanitarie - psichiatriche - legislative - poliziesche; la prognosi, perennemente infausta.

Come in una partita di rugby, per avanzare verso la meta della comprensione questa inchiesta lancia la palla sempre all’indietro. E così guadagna metri. Un passaggio alla piccola città bianciardiana degli anni Cinquanta, da cui Bianciardi fuggirà, per entrare nella Grosseto che negli anni Ottanta sarà fra le prime città in Italia per consumo di eroina; un passaggio al Pasto Nudo di William Burroughs (1964), per capire lo scontro ideologico e politico che annebbierà per sempre ogni approccio al problema; un passaggio alle origini del proibizionismo, incrociando lo sbarco della malavita marsigliese a Talamone, per decrittare il sempreverde business local e global; un passaggio ai primi resoconti giornalistici dell’epoca, per afferrare l’ambivalenza ancor oggi fatele del tossicomane, tra stigma e fascinazione.

Come in ogni buon match di rugby, ciclicamente nel suo percorso pendolare il portatore di palla si schianta contro le rocciose linee difensive avversarie: interessi economici, strumentalizzazioni politiche, ipocrisia, vergogna, silenzi. Tutto quello, insomma, che voluto o no contribuisce a non fermare “il massacro”. A volte, come sul campo di rugby, temi che la palla resti intrappolata sotto la mischia, nel groviglio fra i sentimenti privati _ magari assolutori, giustificazionisti o peggio rancorosi _ e quelli della studiosa in cerca di risposte razionali. E invece no: Vanessa Roghi riemerge e punta alla meta. E ancora, a un metro dal traguardo, passa la palla indietro. Al lettore. Perché “Piccola città” ha il merito di non offrire risposte, ma sollecitazioni. Un articolato saggio narrativo, ricco di documenti e citazioni che, fecondate dall’emozione del vissuto personale, riaccendono la luce su una guerra dimenticata, rimossa, silenziata. I cui effetti, a ben guardare, sono ancora nelle invisibili ferite della “piccola Grosseto”, nei suoi “angoli bui” (le Mura? Le periferie della modernità?), anche oggi troppo popolati da comuni storie di eroina. —

E.G.
 

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