La protesta
La Cassazione conferma: Fatima e i suoi familiari terroristi dell’Isis
La ragazza ha vissuto a Scansano prima di andare in Siria Partiti per combattere dopo il matrimonio organizzato
GROSSETO. È diventata definitiva la pena di 5 anni e 4 mesi di reclusione inflitta con rito abbreviato in primo grado e confermata in appello a Milano nei confronti di Marianna Sergio, la sorella di Maria Giulia, la prima foreign fighter italiana condannata in contumacia in Assise a 9 anni per terrorismo internazionale e probabilmente morta in Siria dove era andata a combattere per l’Isis. La ragazza aveva vissuto qualche mese a Scansano prima di salire su un volo diretto a Istanbul da dove poi avrebbe raggiunto la Siria e il marito, Aldo Kobuzi, che era partito poco prima dalla Maremma per andare a combattere con le milizie dell’Isis.
La Cassazione ha confermato le condanne non solo per Marianna Sergio ma anche per i coimputati che avevano scelto il processo con il rito alternativo: 3 anni e 8 mesi e 2 anni e 8 mesi per Arta Kakabuni e Baki Coku, zii di Aldo Kobuzi, marito di Fatima e 3 anni di carcere a Lubjana Gjecaj, accusata di favoreggiamento. Arta Kakabuni, la zia di Fatima, è stata espulsa dall’Italia circa due settimane fa. Era stata lei, secondo le indagini dei carabinieri prima e della digos della polizia poi, a far arrivare a Poggioferro, frazione a pochi chilometri dal borgo del Morellino, la ragazza dopo il matrimonio con il nipote. Matrimonio che – secondo la corte di Cassazione – sarebbe stato organizzato proprio per consentire poi alla coppia di partire per la Siria.
La sentenza della Suprema corte racconta il sistema di reclutamento dei foreign fighters, assoldati per combattere in Siria: racconta dei “disciplinari” di comportamento che dovevano essere seguiti da chi decideva di andare a combattere e anche dalle donne dei jihadisti, che spesso venivano ridotte in schiavitù prelevandole da altre minoranze religiose e vendute come concubine ai combattenti islamici. Maria Giulia, Marianna, Arta, Lubjana invece non avevano subito questa sorte ma avevano avuto un ruolo centrale nel servizio di reclutamento e indottrinamento.
È stato un lavoro lungo e meticoloso quello degli uomini dell’antiterrorismo della questura di Milano e di Grosseto, che sono arrivati a definire i contorni nei quali si muovevano: «Ai volontari era fatto divieto, innanzitutto, portare in trasferta telefoni di nuova generazione, che risultavano controllabili e rintracciabili in maniera capillare, tablet e strumenti informatici – scrivono i giudici – erano invece ammessi cellulari di vecchia fattura che permettevano le sole chiamate e una valigia a testa». Una volta arrivati in Siria, gli uomini sarebbero avviati ai campi di addestramento, per circa due mesi e le donne si sarebbero impegnate in corsi di approfondimento per lo studio del Corano oltre a prendersi cura dei volontari durante la preparazione militare. Fatima, una volta lasciata Scansano, avrebbe fatto tutto questo. E sarebbe poi morta in Siria. Della sua famiglia d’origine, che aveva convinto a convertirsi all’islamismo radicale, sarebbe rimasta in vita soltanto sua sorella.
Pochi mesi dopo l’arresto, a ottobre del 2015, la madre di Fatima, Assunta Buonfiglio, morì mentre era ricoverata all’ospedale di Vigevano, dov’era stata portata dal carcere per effettuare un’operazione. A novembre dell’anno scorso invece, è morto il padre della ragazza, Sergio Sergio. Era già stato condannato a 4 anni di carcere e, al processo, si era difeso: la sua intenzione, nel partire per la Siria, non sarebbe stata quella di commettere attività terroristiche ma solo di tenere unita la famiglia. —
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