Il Tirreno

Grosseto

L’avvocato romano che ha scelto la professione dell’arte racconta obiettivi e strategie del lavoro che condurrà con i giovani 

La nostra sfida? Trasformare lo spazio fisico in luogo di cultura

G.B.
La nostra sfida? Trasformare lo spazio fisico in luogo di cultura

l’intervistaChi è Roman Kroke? «Sono un avvocato che ha deciso di coltivare la passione artistica invece della giurisprudenza. Niente arringhe; preferisco disegnare, fotografare, scrivere, insegnare»....

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l’intervista

Chi è Roman Kroke?

«Sono un avvocato che ha deciso di coltivare la passione artistica invece della giurisprudenza. Niente arringhe; preferisco disegnare, fotografare, scrivere, insegnare».

Con quale ruolo lavora a questo progetto?

«Il mio approccio è interdisciplinare e ciò che mi viene chiesto, nel contatto con i ragazzi, in questa operazione di memoria sul futuro, è unire arti e letteratura, storia, sociologia, pedagogia. Anche qui a Maiano, realtà molto diversa da quella approfondita in Francia e in Spagna, proveremo a reincollare un vaso rotto, cercando le relazioni organiche tra passato, presente e futuro, documentazioni e testimonianze che faremo diventare ispirazione e impulso per modellare la nostra presenza qui e il nostro futuro».

Ha già avuto esperienze simili in passato?

«Sì, sono già stato impegnato in progetti di cooperazione nazionale e internazionale con scuole, università, musei, fondazioni e produzioni televisive».

Quali sensazioni ha ricevuto da questa prima visita a Maiano Lavacchio?

«Il valore simbolico di un luogo non appartiene solo allo spazio fisico, ma alla sua capacità evocativa. Qui c’è un grande afflato emotivo, che pesa, che si coglie dalle parole di Corrado Barontini. Noi facciamo parte di una sfida: trasformare lo spazio fisico in un luogo di memoria, di cultura, riflettere sul rapporto con il passato. Spero di portare competenze, strumenti».

Che obiettivo di pone?

«L’obiettivo è conoscere, provare emozioni dentro a un evento storico. Non saremo autoreferenziali e non abbiamo pretese di sorta, se non quella di testare su giovanissimo l’effetto di un evento molto lontano, crudo. Mi piace il fatto che lavoreremo su qualcosa che è in divenire. Qui non c’è un museo della memoria. Siamo in un piccolo insediamento rurale, diverso da La Jonquera e Rivesaltes, così come diversa è la portata degli eccidi e delle deportazioni di antifascisti, ebrei e algerini nei luoghi dove ho già lavorato con il progetto “Our memories and I”. Ma proprio la comparazione tra vicende distanti, il dialogo tra persone portatrici di esperienze e saperi diversi daranno più senso e profondità a questo lavoro su storia-memoria». — G.B.

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