Il Tirreno

Grosseto

Supertecnologie e mani da artigiano Dal ventre di Roselle escono nuovi tesori

Francesca Ferri

È partita “Emptyscapes”, innovativa campagna di scavi che permette di agire a colpo sicuro. E subito ecco i risultati 

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ROSELLE

Virginia Sommella, fazzoletto in testa, canotta e scarponcini, è china sotto il sole. In mano ha un pennellino e una piccola cazzuola. Una ruspa, vicino, rumoreggia per scavare quello che in gergo si chiama “sondaggio”, un solco nel terreno, profondo circa un metro, dal cui pavimento comincia lo scavo da fare a mano.

La giovane studentessa del corso di laurea magistrale di Archeologia dell’Università di Siena bagna la terra, aspetta qualche istante e si mette a scavare dentro a una tomba a cassone intorno a uno scheletro di cui affiorano gli arti, il bacino e parte del cranio. Tra quel che resta delle braccia c’è un oggetto di color turchese.

«Eccola qua. È la fibbia. E comincia a muoversi», dice Virginia. «Bene. Per stasera lo scavo potrebbe essere terminato», risponde il professor Stefano Campana. Virginia prende un cucchiaio da minestra e delicatamente porta via la terra inumidita. Strumenti basici, usati da generazioni di archeologi. Ma non gli unici impiegati in questo scavo.

Sono le dieci del mattino di una giornata di metà settembre in un campo dietro Roselle di proprietà di un’azienda agricola a conduzione familiare. Proprio qui gli archeologi guidati da Campana sono arrivati a colpo sicuro, trovando una necropoli che dall’anno scorso a oggi ha restituito sette tombe di prima età longobarda (7° secolo d.C.). Un insediamento di circa trenta persone, probabilmente uno stesso gruppo famigliare. Come hanno fatto?

Prima di impugnare cucchiai, cazzuole, spatoline e perfino ferri da dentista, gli archeologi hanno impiegato qui tecnologie integrate di ultra-avanguardia (satelliti, droni, strumenti geofisici, ecc.) per la scansione del terreno, che permettono di conoscere il sottosuolo senza scavare. In particolare, hanno usato il magnetometro che, passato palmo a palmo su una superficie di 600 ettari tra Roselle e Grosseto, ha permesso di vedere attraverso gli strati di terreno con una risoluzione e un dettaglio senza precedenti. La mappa di questo campo, ad esempio, restituisce un impressionante reticolo di strade, partizioni di campi, infrastrutture, sepolte qui dalla tarda antichità.

Come funziona lo spiega il professor Campana, del dipartimento di Scienze storiche e dei beni culturali dell’Università di Siena, un’autorità a livello internazionale nel campo dell’archeologia dei paesaggi. Campana è a capo del progetto “Emptyscapes”, un neologismo da lui coniato che gioca con la parola inglese “landscapes”, paesaggi, abbinata con l’aggettivo “empty”, vuoto. Perché proprio spazi apparentemente vuoti, e che finora, con i soli strumenti tradizionali, sarebbero rimasti tali per sempre, oggi possono invece svelare le antiche tracce nascoste nel sottosuolo. E rimandarci l’immagine di come apparivano secoli e secoli fa. Insomma, oggi una distesa di grano, ieri un insediamento. Tutto ciò rappresenta un’opportunità completamente nuova per la lettura archeologica delle dinamiche di questo territorio, per la sua conservazione e comunicazione.

«Sulla base delle informazioni che abbiamo _ spiega Campana _ andiamo a cercare i siti che possono rispondere a delle domande precise. I sondaggi che facciamo sono mirati, oserei dire chirurgici, finalizzati a verificare quello che abbiamo individuato in modo indiretto con gli strumenti».

L’innovazione rosellana è che qui il magnetometro _ solitamente impiegato dove già si ipotizza ci siano evidenze _ è stato usato su vasta scala. Merito della competenza e della tenacia del dottor Ken Saito, archeologo giapponese, colui che da dieci anni ha materialmente “manovrato” il magnetometro nelle campagne grossetane, e ha misurato qualcosa come 600 ettari, circa 2.800 chilometri a piedi. —



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