Il dolore
Imprenditore dato per morto in Polonia: dai familiari spunta il racconto di una rapina
Giuseppe Niccolini, imprenditore maremmano, per mesi è stato creduto morto dalla famiglia. Pochi giorni fa la rivelazione-choc di uno sconosciuto: "È vivo, lo hanno sequestrato". La moglie e la figlia raccontano di essere andate a trovarlo solo una volta a Torun e furono rapinate
GROSSETO. Spunta un episodio di quasi trent’anni fa nel giallo che da martedì sera ha mozzato il fiato a una famiglia che abita a Grosseto. Un episodio inquietante che era stato relegato tra i ricordi da dimenticare: quello del primo viaggio in Polonia, per andare a trovare Giuseppe Niccolini, l’imprenditore di Castiglione della Pescaia che sarebbe morto ad aprile a Torun. Condizionale d’obbligo per la famiglia, che martedì sera ha ricevuto la visita di un venticinquenne polacco che si è presentato alla porta della casa al Pizzetti per dire che quell’uomo è ancora vivo ma che sarebbe tenuto prigioniero da qualcuno.
Ventisei anni fa Roberta, la figlia di Giuseppe, con la madre Ivana, il marito e la loro figlia che aveva appena tre anni, organizzò un viaggio nell’Est Europa per andare a trovare il padre che aveva aperto alcune attività in Polonia. Un viaggio di una settimana che per la famiglia si trasformò in un incubo.
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Erano appena arrivati a Katowice, città che dista 358 chilometri da Torùn. «Avevamo preso un’auto - racconta Roberta Niccolini - e stavamo viaggiando verso la città dove vive mio padre. Ci consigliarono di seguire una strada precisa e noi ci mettemmo alla guida quando ci scoppiarono le gomme dell’auto». La famiglia di Niccolini era ferma sul ciglio della strada che stava cercando un telefono per lanciare l’sos e per avvertire l’imprenditore dell’incidente quando si avvicinò un ragazzo che disse loro di seguirlo su una strada alberata. «Disse a mio marito di seguirlo - racconta Roberta - spiegandogli che lì vicino c’era un telefono o una colonnina per dare l’allarme e chiamare il carro attrezzi. Mio maritò andò con lui ma pochi minuti dopo tornarono indietro. Il ragazzo gli aveva puntato un coltello all’addome e lo stava facendo camminare verso la nostra auto. Io e mia madre ci mettemmo a gridare: con noi c’era nostra figlia, nel sedile dietro, che piangeva. Eravamo terrorizzate. Noi fummo rapinate e mio marito rimase con una manetta chiusa intorno a un polso». Durante la rapina, alle donne fu portato via due anelli, uno con i diamanti e un altro di Cartier. Oggetti di valore oggi, che ne avevano forse ancora di più quasi trent’anni fa.
«Quel ragazzo ci minacciava - dice ancora - Noi gli abbiamo dato tutto quello che avevamo». A mettere in fuga il giovane fu l’arrivo di un camion della nettezza urbana che imboccò la strada alberata. «Pochi minuti dopo passò da lì anche una pattuglia della polizia e riuscimmo a fermarla - dice ancora la donna - Ci accompagnarono in caserma dove facemmo la denuncia e dove riuscirono a togliere la manetta dal polso di mio marito. Non erano manette delle forze dell’ordine, ci dissero allora». Il ragazzo che aveva bloccato e rapinato la famiglia di Giuseppe Niccolini continuava a disegnare croci per terra per spaventare le due donne e l’uomo che erano appena arrivati dalla Maremma. «Io gli urlavo di lasciarci stare e lui disegnava croci per terra - ricorda Roberta - Per noi fu incubo. Ci mettemmo cinque giorni poi per attraversare la frontiera. Da quella volta non siamo più tornate in Polonia ma mio padre veniva spesso a Grosseto».
Finché non è arrivata la notizia della morte dell’uomo, il 20 aprile alle 21,12, comunicata tre giorni dopo alla famiglia dall’amante polacca di Niccolini. «Ho chiesto indietro almeno la fede - dice Ivana, la moglie dell’uomo - ma mi hanno risposto che non erano riusciti a toglierla dal dito perché era troppo stretta. Non mi hanno lasciato nemmeno un ricordo di mio marito, sempre che sia morto davvero».
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