Toscana
Ha allevato trenta figli in settant’anni Nomadelfia celebra mamma Agnese
LA STORIAAgnese ha 92 anni ed è vispa e lucida. Vive a Nomadelfia ed è qui che ha celebrato in queste ore i suoi 70 anni di “mamma di vocazione”. Nella sua vita ha allevato 30 figli.È originaria dell’...
LA STORIA
Agnese ha 92 anni ed è vispa e lucida. Vive a Nomadelfia ed è qui che ha celebrato in queste ore i suoi 70 anni di “mamma di vocazione”. Nella sua vita ha allevato 30 figli.
È originaria dell’Emilia Romagna, di San Giacomo Roncole nel comune di Mirandola, provincia di Modena. Cruciale fu l’incontro in parrocchia con don Zeno, futuro fondatore di Nomadelfia. «Ero piccola quando lo conobbi a San Giacomo», racconta lei con emozione pescando a ritroso nella memoria. All’epoca era giovanissima, ne restò folgorata. Da lì in poi il suo cammino seguì incondizionatamente il solco tracciato dal parroco e che l’ha condotta fino alla Maremma.
La mamma di vocazione è una donna vergine non consacrata, non sposata, che si dona integralmente ai bambini e ai ragazzi provenienti da situazioni di disagio. Sono i “figli dell’abbandono”. Queste madri sono le figure storicamente e spiritualmente più importanti di Nomadelfia.
Agnese Galavotti è stata (ed è tuttora) una di loro, una colonna portante e un simbolo della comunità. Non suora, non educatrice, ma madre nel senso più profondo.
Fin dall’inizio del suo sacerdozio don Zeno lancia la sua chiamata. Offre ai piccoli abbandonati un tetto e tutto l’amore che ha, ma da solo non può farcela. I primi tempi lo aiutano i “mammi” (ragazzini maschi grandicelli, che fanno da genitori: babbo e mamma), ma serve un aiuto più concreto. Servono madri. Per 10 anni – ricorda Agnese – «don Zeno va nelle piazze in Emilia e chiede che qualcuno, noi donne, andiamo ad aiutarlo». Nel 1941 ecco la prima ragazza, Irene Bertoni, liceale di 18 anni, che fugge di casa e si impegna a fare la mamma. Decine di giovani seguono il suo esempio. Irene è la prima donna a proporsi di allevare trovatelli da sola. Altra figura storica è Norina Galavotti, parente di Agnese. Per loro e i loro figli, a San Giacomo, «don Zeno compra un casinone», ricorda Agnese, un grande palazzo dove ospitarle. Le traversìe del sacerdote vedono la comunità soffrire, spostarsi, cercare spazi altrove. Molte ragazze seguono don Zeno nell’ex campo di concentramento di Fossoli, trasformato in Nomadelfia e che nel ’48 si dà la prima costituzione. Tra loro c’è anche Agnese a fare da mamma. E dopo Fossoli eccola in Maremma tra il ’48 e il ’52. La giovane arriva anche qui carica del suo amore. «Quando ho raggiunto questo posto – racconta lei - mi sono rimboccata le maniche, ero abituata ai lavori duri, non mi sono allarmata. Allevavo i bambini, lavavo i panni a mano, portavo le carriole cariche e pesanti, come le altre donne». I ricordi più belli sono legati all’amore che Agnese ha donato ai suoi 30 figli, molti dei quali le sono legatissimi anche oggi. «Gianni vive a Milano, Franco a Roma, Adelmo sta in Toscana». Su 30 bambini una sola è femmina: si chiama Cristina, lavora a Grosseto. «Una volta don Zeno mi disse: sei capace, Agnese, di curare una bimba appena nata? Io ci pensai e gli dissi: ho tutti maschi, se è una bimba va meglio..». —
ELISABETTA GIORGI
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