Il Tirreno

Grosseto

la puntualizzazione 

«Macché Gigi, il barcaiolo era mio zio Italo»

Gabriele Baldanzi
La chiatta sull’Ombrone in una foto d’epoca della famiglia Picchi
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La chiatta sull’Ombrone in una foto d’epoca della famiglia Picchi

Dopo la proposta della Pro loco di intitolare il ponte a sull’Ombrone a Bellucci, Picchi rivendica la titolarità dell’antica impresa

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ALBERESE

L’ingegnere Paolo Picchi è un discendente della famiglia proprietaria dei traghetti che, dall’Ottocento fino al secondo dopoguerra, permettevano l’attraversamento dell’Ombrone. Nei giorni scorsi Il Tirreno ha rispolverato alcuni episodi legati all’attività di traghettamento tra le due sponde, a seguito della richiesta della Pro loco di Alberese di intitolare a Luigi Bellucci, detto “Gigione della Barca”, il nuovo ponte ciclabile sul fiume, collegamento tra Grosseto e il Parco della Maremma, in località La Barca.

Picchi, 72 anni, ancora in piena attività e con una documentazione inappuntabile, chiarisce nel dettaglio alcuni episodi e aneddoti.

«Senza nulla togliere a Gigi – spiega – senza nulla togliere a ciò che questo personaggio ha rappresentato nell’immaginario della frazione di Alberese, sento il dovere di fare alcune precisazioni, mosso da amore per la verità storica».

Chi era Gigi della Barca, l’uomo che dal 1925 al 1963 fece il Caronte sull’Ombrone, proprio dove sorgerà il ponte?

«Il prode Gigi non l’ho mai conosciuto e non ho riferimenti o fonti da approfondire. Mi piacerebbe indubbiamente saperne di più, fare delle verifiche, parlare con i familiari. Escludo però che abbia fatto il barcaiolo all’Alberese dalla metà degli anni Venti in poi, perché finché il traghetto è stato in attività in maniera pubblica e concessionata, e si viene molto avanti con gli anni, il barcaiolo era mio zio, Italo Venturi. E dopo di lui, a quanto mi risulta, l’attività fu cessata, anche perché scoppiò la guerra. Ignoravo che in epoca moderna, sotto qualche forma, il traghetto fosse stato riattivato, se non per traversate di tanto in tanto».

Nel dettaglio, qual è la ricostruzione della vicenda?

«Io mi attengo semplicemente a fonti ufficiali e non a racconti orali, a ricordi sfocati o a riscontri giornalistici approssimativi, come quelli del periodico dell’epoca “La Maremma”. Ci sono le carte ufficiali che parlano. Iniziamo dalla foto in prima pagina pubblicata dal Tirreno. Si tratta della barca di Grancia, quella principale sulla via Aurelia, appena alle porte di Grosseto (oggi l’indirizzo sarebbe Curva Crespi), dove abitavano i Picchi, dove aveva sede l’azienda di famiglia e dove c’era il posto di ristoro».

Quindi i “veri barcaioli” erano i Picchi. Perché allora i nomi passati alla storia sono quelli di Italo Venturi e Luigi Bellucci?

«I Picchi erano i titolari dell’impresa. A cavallo tra Ottocento e Novecento avevano in appalto, in seconda generazione, due traghetti e la manutenzione degli argini dell’Ombrone. Mia nonna, Venturina Venturi, nel 1910, appena rimasta vedova di Cesare Picchi e con un figlio in grembo, mio padre, che fu ribattezzato Cesare, impiegò il fratello Italo per la gestione della barca dell’Alberese. Luigi Bellucci sarà stato barcaiolo per un po’ negli anni successivi». —



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