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Produzione di cereali in calo Mercato e burocrazia all’indice

Fiora Bonelli
Produzione di cereali in calo Mercato e burocrazia all’indice

Coldiretti Siena lamenta una flessione. Dalla Maremma lo sfogo di Virgilio Manini «Una volta eravamo il granaio della Toscana, ora niente sbocchi nell’export»

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MANCIANO. Scarsa produzione di cereali quest’anno in Maremma, rispetto al passato. Lo ha denunciato appena ieri Coldiretti Siena, puntando i riflettori sulle difficoltà degli agricoltori. Ma se Atene piange, Sparta non ride. E anche in Maremma i problemi si sentono.

Le cause sono molteplici: un mercato più esigente, prezzi al ribasso, burocrazia impegnativa e onerosa, costi energetici, ma soprattutto i monopoli sul seme. Un quadro a tinte fosche che al dire di molti agricoltori sta portando alla chiusura delle piccole e medie aziende della Maremma. Sono tanti gli agricoltori che denunciano una situazione intollerabile, con la spada di Damocle del problema più grave di tutti, il monopolio sui semi.

Racconta tutto questo Virgilio Manini, agricoltore di Saturnia, in questo periodo impegnato con la trebbiatura. «Una volta era una festa la trebbiatura – spiega – oggi è la testimonianza di come vanno le cose in agricoltura. Chiedo alle istituzioni di riflettere bene sulla situazione della Maremma, una volta il granaio della Toscana. Lo sa bene la famiglia Vivarelli Colonna che veniva chiamata in causa ogni volta che serviva il grano. E il primo grano trebbiato in tutta Italia era quello di Roselle».

Manini ricorda di quando la Maremma era «al centro degli interessi economici nazionali e internazionali: grani teneri, grani duri, farro e tutto il resto. Oggi – dice – grani e cereali sono in picchiata per la scarsa produzione. La mia è un’azienda agricola storica e ho un’esperienza guadagnata sul campo. Vedo una débacle assai preoccupante e le piccole e medie aziende chiudono. La colpa è da imputare a varie ragioni come un mercato assi più esigente e i prezzi dei grani che sono in caduta libera. Sulle nostre spalle pesa una burocrazia che ci mette il carico da novanta e poi i costi energetici che crescono sempre più e scoraggiano a fare nuovi investimenti. Chiedo più attenzione al settore della cerealicoltura che è quello primario, da cui dipende il sostentamento di tutti noi».

Manini denuncia assenza di sbocchi sull’export. «L’export per noi non esiste – dice – e invece c’è un’importazione selvaggia. Ma purtroppo non credo che paghi importare grani che nemmeno sappiamo cosa sono e come vengono fatti. E tutto questo dipende dal fatto che c’è un regime di monopolio sui semi. Lo chiedo alla mia associazione, Coldiretti, come si può sopportare una cosa così. Significa volerci affossare».

Quello a cui fa riferimento Manini è, infatti, una vera piaga per l’agricoltura e non solo nazionale, ma mondiale. «Una multinazionale qualsiasi – spiega l’agricoltore di Saturnia – che ha depositato un seme può impedire a qualsiasi altra azienda di coltivarlo o raccoglierne i frutti per venderlo o usarlo per selezioni future. In questo modo cosa si fa? Si cancella la libera concorrenza e quelli che ne risentono più di tutti sono i piccoli e medi agricoltori. Purtroppo la legislazione che tutela la commercializzazione di semi è bloccata dal 2013 e delle migliaia di semi esistenti oggi solo pochissimi, nemmeno una decina, sono commercializzati in tutto il mondo. Occorre una nuova legge sulle sementi, che riesca a mettere insieme sia la produzione di semi di alta qualità sanitaria sia la biodiversità. Ci vogliono leggi che proteggano le sementi tradizionali e tipiche di ciascun territorio e che valorizzi il lavoro di chi le produce. Assicurare il libero mercato dei semi significa preservare la biodiversità e tutelare i produttori». —
 

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