Il Tirreno

Grosseto

Alla scoperta del Monte Labro con il guardiano seguace del Profeta

Fiora Bonelli

Francesco Minucci è ormai diventato la “guida” dei turisti Illustra quei luoghi ma dona anche la sua lezione di vita  

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Monte LABRO

C’è un guardiano a Monte Labro, che veglia sui ruderi e racconta ai turisti cosa fu una volta, quel corno di monte disseminato di pietre e chi vi regnò. Guarda il cielo stellato e ascolta il silenzio o la voce del vento: «Io penso che il miracolo di Monte Labro stia nel fatto che ognuno, quando sale, si porta addosso una pietra. Il fardello della sua anima. E prima di scendere la lascia lì, alla Torre. Proprio come disse David nei suoi discorsi: beato chi porta il sasso”».

Francesco Minucci, la ormai notissima “guida” (del tutto volontaria e ovviamente gratuita) di Monte Labro, conosciuto da tutti coloro che si avventurano a visitare il regno del profeta dell’Amiata, da un paio di anni è diventato punto di riferimento di coloro che si inerpicano fra i ruderi, la torre, la grotta, e a osservare il panorama spettacolare che si dilata da lassù.

E sono ormai tantissimi, soprattutto dopo gli spettacoli tenuti al Labro da Simone Cristicchi, che ha esportato la storia della figura di Lazzaretti nei teatri di mezza Italia, che vogliono toccare con mano i luoghi sacri al messia dell’Amiata.

Francesco, pensionato, barba bianca fluente, col suo inseparabile cagnolino al seguito, si dichiara seguace del Santo David: «Seguace nel senso di ammiratore del suo pensiero che cerco di praticare – dice – Io non ho una veste diciamo sacramentale, non sono battezzato giurisdavidico. Ma David e la sua opera sono per me da seguire. E in quel cocuzzolo di pietra e prati fioriti, di ruderi e distese verdeggianti, vedo l’uomo e i suoi problemi e ritrovo la mia umanità. Venire quassù è un ristoro dell’anima. Vivere con quello che si ha e che si deve condividere. Questo il messaggio di Lazzaretti che ho fatto mio e che racconto a chi me lo chiede».

E sono in tanti a domandargli di raccontare. Gli telefonano, lo intercettano sui social network, prendono appuntamento con lui e Francesco li aspetta ad Arcidosso e li conduce al monte.

«Vengono in tanti – dice Minucci – Grazie al passaparola si ritrovano con la curiosità di arrampicarsi fino alla cima. Si portano in spalla depressioni, infelicità, pensieri affannosi. Come una signora che era da anni che non guidava più e che ha ripreso il volante in mano pur di arrivare ad Arcidosso. Anche lei come tantissimi altri, quando mettono piede sulla torre, si guardano attorno con lo sguardo che arriva fino al mare e dicono di stare bene. E lo credo. Anche a me quel magnetismo particolare arriva come un toccasana. Li accompagno all’altare, li porto nella grotta e ci si bagna con l’acqua che scivola sulla roccia e che gli anziani ritengono miracolosa, si torna la notte a guardare le stelle e a ascoltare il silenzio, si va a leggere l’iscrizione sulla pietra che affascina tutti».

L’iscrizione, tracciata a punta fine su un grande pietrone piatto a Monte Labro, in latino, suona così: «Se vivrò se vivrai, qui un giorno ritorneremo fuggendo gli uomini e il loro dolore, perché finalmente, completato ormai il lungo cammino, con un solo cuore e una sola anima potremo più in alto gridare alle stelle».

«La tradizione orale giurisdavidica – spiega Francesco – dice che fu un militare tedesco a incidere con la baionetta queste parole una notte del 1944, perché i tedeschi fra i ruderi avevano una postazione di vedetta e artiglieria. Oggi è un simbolo universale per tutti noi, un messaggio di pace e di serenità conquistata a contatto con queste pietre e questo cielo». —



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