Il dolore
«Con la committenza pubblica pensavo di essere al sicuro»
In quarant’anni di attività non aveva mai voluto prendere un subappalto «Poi, con la crisi, l’ho fatto Questa era la prima volta...»
GROSSETO. Il protagonista suo malgrado di questa storia è un imprenditore conosciutissimo e stimato, proprio come la sua ditta. Uno che per decenni mai ha voluto prendere un lavoro in subappalto: «In quarant’anni di carriera mai – racconta – me ne sono sempre tenuto alla larga. Ma alla fine, stremato come tutti dalla crisi, l’ho fatto. Anche perché la solidità della stazione appaltante, un ente pubblico, e strumenti come la delegazione di pagamento sembravano assicurazioni contro le brutte sorprese. E invece…».
E invece le diffidenze verso il subappalto, una volta aperto il cantiere, trovano subito inquietanti segnali di conferma.
«Dopo quattro mesi e due insoluti arriva il pagamento per il primo stadio di avanzamento lavori, poi basta. Comincio allora a informarmi sul “dna aziendale” dell’appaltatore e qualcuno mi invita a fermarmi perché, mi spiega, la situazione di quella ditta è pessima. Ma io, anche volendo, non potevo neppure non finire i lavori, se no rischiavo di ritrovarmi pure una denuncia penale».
Ecco allora il ricorso all’articolo 118 comma 3 del Codice degli appalti, allora in vigore e poi abrogato. L’ente pubblico paga l’artigiano, e tutto sembra risolto.
Finché non arriva la notifica della curatela fallimentare, con il relativo processo.
Processo che la piccola ditta – ulteriore beffa – sta affrontando da sola: l’estensione del giudizio civile anche all’ente pubblico appaltante, pur richiesta, non è stata ottenuta. Insomma, la partita se la dovranno giocare a due la ditta e il fallimento. Creditore contro creditori, una guerra fra poveri a chi ci perderà di meno.
La preoccupazione è forte, ma altrettanto forte è l’amarezza di fronte a questa “solitudine”. Perché, come sottolineano gli avvocati dell’imprenditore grossetano «l’ente pubblico avrebbe dovuto e potuto accertare le reali condizioni economiche e patrimoniali dell’appaltatore così evitando di affidare l’appalto a una ditta il cui stato economico era tale» da condurla al fallimento solo pochi mesi dopo l’ultimazione dei lavori.
«Il lavoro comunque – chiosa l’artigiano – io l’ho fatto, e in conformità alle regole dell’arte». Un lavoro peraltro su un bene pubblico e del quale – dunque – godrà la collettività.
Il paradosso è rappresentato dal fatto che, qualora la causa di revocatoria fallimentare non si concludesse favorevolmente per la ditta artigiana, quest’ultima avrebbe eseguito correttamente la sua prestazione senza riceverne alcun corrispettivo, dovendo restituire al fallimento quanto già ricevuto. —
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