Lutto
Condannato a quattro anni per trenta chili di marijuana
L’acquisto era avvenuto a Marina di Grosseto nel 2013 Il venditore aveva poi scoperto di essere stato pagato con fogli di giornale
Quattro anni e 20mila euro di multa, pur con la concessione delle attenuanti equivvalenti alle aggravanti e l’esclusione della recidiva. E l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Tutto ciò per un carico di 30 chilogrammi di marijuana, acquistati nel novembre 2013 a Marina di Grosseto. Trenta chili acquistati, tra l’altro, in cambio di un pacchetto di banconote che tali non erano: fogli di carta di giornale, come aveva lamentato poco dopo il venditore. E invece l’affare sarebbe stato da 40mila euro.
Vilson Spaho, 27 anni, nazionalità albanese, erano finito nei guai già quel giorno, per l’acquisto appunto, ma la misura restrittiva nei suoi confronti era scattata soltanto mesi più tardi, una volta che era tornato in Italia. Per lui, a conclusione del procedimento davanti al collegio, il sostituto procuratore Salvatore Ferraro aveva chiesto 5 anni e 20mila euro, ritenendolo pienamente colpevole dell’acquisto, il cui ingente quantitativo non può far altro che pensare alla finalità di spaccio per la piazza grossetana. Il pm ha ricostruito la vicenda (che ha vissuto in passato anche la definizione di altre posizioni) attraverso le intercettazioni telefoniche e i servizi di appostamento della squadra mobile. Ha individuato le persone che si erano date da fare per piazzare la droga arrivata da Roma: l’intermediario e il venditore. Ha ricostruito le ore precedenti alla vendita, l’incontro sulla superstrada, il tragitto fino a Marina, lo scambio. «La polizia non era intervenuta subito perché era buio», ha spiegato l’accusa. E forse era stato per il buio che il venditore non si era accorto che nella borsa non c’erano i soldi. Poco dopo però il venditore si era messo in agitazione: doveva trovare Spaho, per farlo si era anche messo in contatto con un avvocato. Doveva trovarlo perché l’intermediario lo stava pressando, ritenendolo responsabile dell’affare sfumato. «Le telefonate sono chiare, e poi il venditore ha confermato in aula».
Al collegio (Giovanni Puliatti presidente, Gian Marco De Vincenzi, Beatrice Bechi) il difensore d’ufficio Luca Fabbrucci ha offerto una prospettiva differente, invitando i giudici a una rilettura delle intercettazioni: «Le dichiarazioni non sono chiare. E poi, perché i due non vennero arrestati subito dopo lo scambio? Spaho poteva essere identificato subito». E ancora: «C’è la prova che davvero il venditore abbia ricevuto della carta di giornale invece che del denaro? C’è la prova della ricezione della droga?». Infine: «Non sappiamo niente di questa droga, quanta era davvero, che caratteristiche aveva». Da queste considerazioni il difensore aveva concluso per l’impossibilità di emettere una sentenza di condanna o comunque per una pena che tenesse conto della lieve entità. —
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