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Grosseto

Crac Etruria, la bancaria si difende: «Anch’io vittima dei bond»

Giovanna Mezzana
Crac Etruria, la bancaria si difende: «Anch’io vittima dei bond»

È accusata di aver rifilato a un’anziana 100mila euro di titoli poi andati in fumo, ma la responsabile della filiale di Marina ha perso 30mila euro nella speculazione

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GROSSETO. È accusata di aver fatto parte di un “sistema” di cui però anche lei è rimasta vittima. Danno e beffa, insomma. Lei è Laura Dinelli, ex direttrice della filiale di Marina di Grosseto della Popolare dell’Etruria, l’istituto di credito naufragato nel 2015. Con Simone Gaggioli, dipendente della filiale, la bancaria è rinviata a giudizio per truffa. Nel giugno 2013 avrebbe persuaso – secondo quanto si legge nel decreto di citazione diretta a giudizio – una cliente di 76 anni ad investire 100mila euro in obbligazioni subordinate, i famigerati titoli emessi dalla banca aretina per oliare il proprio aumento di capitale. Oggi però si scopre che anche la direttrice di banca è rimasta con il cerino in mano: anche lei aveva nel proprio portafoglio quei titoli che si sono rivelati tossici. E ci ha perso 30mila euro di capitale.

Il caso marinese di risparmio tradito è il primo caso maremmano dei 550 per cui la Procura di Arezzo ha deciso di procedere d’ufficio per truffa, dopo aver rilevato anomalie nella vendita di titoli. Non solo: è anche uno dei casi per cui il giudice ha autorizzato la chiamata come responsabile civile di Ubi Banca, il gruppo bancario in cui da fine 2017 è stata incorporata l’ex Banca Etruria.

Alla chiusura delle indagini è seguito un decreto di citazione diretta a giudizio di Dinelli e Gaggioli. È fissata per settembre l’udienza con la quale si aprirà il dibattimento e saranno ammesse le prove; nel procedimento, inoltre, Confconsumatori è stata ammessa come parte civile. Maurilio D’Angelo, avvocato del Foro di Roma e difensore di entrambi gli imputati – oltreché legale della First, il sindacato Cisl di bancari e assicuratori – ha chiara la strategia che porterà in aula. «Gli elementi documentali che possiedo – esordisce – evidenziano l’insussistenza di profili di reato a carico dei miei clienti». L’avvocato entra poi nel merito di punti-cardine dell’accusa. Partiamo dal Mifid, cioè quel documento che “misura” la propensione di un cliente al rischio. Ebbene la profilatura Mifid dell’anziana «è stata rilasciata – dettaglia D’Angelo – prima della sottoscrizione delle obbligazioni subordinate; pertanto, i miei assistiti non hanno compiuto alcuna condotta fraudolenta. E aggiungo che Dinelli non ha neppure raccolto quell’ordine di investimento». Ma ci sarebbe un altro elemento che dimostrerebbe – secondo l’avvocato – che nella vendita di quei titoli non ci fu dolo da parte della direttrice. «Dinelli – dettaglia D’Angelo – a sua volta ha acquistato 30mila euro di obbligazioni subordinate e il suo capitale si è azzerato».

C’è un ulteriore “dettaglio” sul quale si dibatterà. L’anziana risparmiatrice «nel 2013 possedeva un portafoglio titoli di 477.069,31 euro con all’interno anche fondi comuni di investimento»; questo dimostrerebbe – secondo D’Angelo – che la cliente non poteva essere considerata un’investitrice «inconsapevole»; «Il conto-titoli – aggiunge il difensore – era intestato anche alla figlia», «L’importo di 100mila euro corrisponde al 20% degli investimenti totali» e tale investimento «non aveva un rischio superiore a quelli già nel portafoglio, che erano finanche più rischiosi».
 

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