Il Tirreno

Grosseto

Luogo dell’anima, scialuppa di salvataggio

Luogo dell’anima, scialuppa di salvataggio

“Segnali dall’Avana” sarebbe, almeno nella pallida intenzione di chi la butta giù, una rubrica comunitaria. Che intende affrontare con un qualche spirito il logorio della vita moderna. Un po’ come si...

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“Segnali dall’Avana” sarebbe, almeno nella pallida intenzione di chi la butta giù, una rubrica comunitaria. Che intende affrontare con un qualche spirito il logorio della vita moderna. Un po’ come si fa in tutti i bar d’Italia e del mondo. Come si faceva da Tomasi di Lampedusa a Nabokov, fino ai Gatti di Vicolo Miracoli. Ci si ritrova per costruire dighe contro la vita dilagante e truciolante, che rischia di affogarvi.

Un tempo c’era l’amaro Cynar, con quel bel signore pelato di Ernesto Calindri seduto ad un tavolo in mezzo ad un carosello di auto sgassanti. E nessuna di quelle auto lo metteva sotto. Provatevi a farlo adesso. Vediamo quando durate. Poi l’amaro Cynar è andato in pensione. Calindri idem. Sono rimasti solo i segnali dall’Avana. Come potete constatare agevolmente alla carta stirando e spiegazzando il giornale tra le vostre mani. Desiderate che desista?

Il bar rimane dunque una scialuppa di salvataggio. Coi tipi da bar che ronzano intorno, nella speranza di inocularvi il germe della vita barittima. Da Superman a Topo Gigio. Una volta c’erano i bar degli uomini veri, pelosi, odorosi, che vi si ritrovavano in canotta la sera dopo una lunga giornata di carriola, falcetto e paiolina, a bere, giocare a carte e smadonnare. Donne a casa. Poi, in quegli stessi bar, in mezzo ai veri uomini in canotta, sono arrivati preti e predicatori. Non si poteva più smadonnare. I predicatori ordinavano acqua minerale o aranciata, e sotto sotto la facevano “macchiare” dal barista con grappa o vodka. È dura la strada verso la santità. Anche per questo il bar era grande: mostrava la verità nascosta di ogni avventore.

Poi sono arrivati i baretti universitari, i bar di facoltà dove perditempo specializzati con i capelli rasta si addormentavano su una mossa degli scacchi, con il fedele aperitivo di ordinanza a fianco. Intanto, sempre dormendo, vi parlavano della tesi su Merlau-Ponty, con l’ultimo capitolo che teoricamente si dovrebbe scrivere da solo. Ma che ancora non vuole venire.

Ci siamo tornati dopo anni, in quei baretti di facoltà. I capelli rasta, assai più bianchi, dormono ancora sopra gli scacchi. Solo che adesso russano un po’. La tesi su Merlau-Ponty adesso è diventata uno scavo archeologico. E meno male che è stata tolta la leva obbligatoria. Altrimenti i capelli rasta, bianchi, starebbero sul fronte russo da una vita.

Insomma, il bar è un luogo dell’anima. Imprescindibile. È proprio dal bar che captiamo i segnali dall’Avana. Sì, anche in questa lunga sera in cui scrosciano i tumulti della notte bianca. Anzi. Lasciateci andare ad attraccare al bancone. Per un caffè. Per sentire meglio tutti i tumulti del mondo.



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