Il Tirreno

Grosseto

Morì paziente, medici condannati

di Pierluigi Sposato

Un anno più il risarcimento dei familiari. Al centro delle contestazioni un intervento chirurgico del 2012

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MASSA MARITTIMA. Due medici sono stati condannati perché ritenuti responsabili del decesso di un paziente, ricoverato nel 2012 all’ospedale di Massa Marittima. Il giudice Gian Marco De Vincenzi ha condannato a un anno ciascuno i chirurghi Domenico De Sando, 63 anni, e Simone Cecconi, 52 anni, imputati perché in servizio al Sant’Andrea di Massa Marittima all’epoca in cui venne ricoverato Giuseppe Mazzarani, follonichese, ottantenne. Era la fine del giugno 2012, l’uomo era poi morto a Grosseto il 1° luglio successivo.

Il giudice ha accolto in toto la richiesta del sostituto procuratore Salvatore Ferraro, che aveva sollecitato appunto un anno per il reato di cooperazione colposa in omicidio colposo. Ha sospeso la pena e ha anche condannato i due imputati al risarcimento dei familiari di Mazzarani, che si erano costituiti parte civile con l’avvocato Giovanni Marconi di Livorno. Sarà il giudice civile a stabilire l’entità del risarcimento: intanto è stata stabilita una provvisionale, 40.000 euro complessivamente, a favore di Patrizia Mazzarani e di Carla Raffaelli. Serviranno ottanta giorni per conoscere le motivazioni della condanna. Ma intanto il difensore dei due medici, l’avvocato Luciano Giorgi, annuncia il ricorso in appello. Il difensore aveva lungamente contestato – anche con una memoria scritta – le conclusioni dell’accusa, sostenendo la mancanza di responsabilità di Cecconi – sotto accusa in qualità di “primo operatore” (dal novembre scorso è stato nominato primario) – e De Sando – imputato come “aiuto” (l’ex primario guidava il reparto dal 2008). Nessuna negligenza, né imprudenza né imperizia, secondo il difensore, possono essere contestate ai due chirurghi. Accusa e difesa si sono confrontati anche e soprattutto mediante consulenze tecniche, indispensabili per comprendere responsabilità e nessi. Il dottor Matteo Benvenuti, incaricato dalla Procura che sulla sua relazione aveva ricostruito l’articolato capo di imputazione, aveva tra l’altro ricordato in aula che «il paziente era entrato in sala operatoria firmando il consenso solo per l’adenocarcinoma al colon e non per problemi relativi al rene». Nel rene c’erano sì due tumori «ma non c’era urgenza. Dovevano essere tra l’altro eseguiti approfondimenti. E a che mi risulti, una biopsia in sala operatoria non si fa». La figlia del paziente aveva sottolineato che la sera del 27 giugno sua padre le aveva parlato dell’ecografia che gli era stata fatta in giornata: «Io non sapevo che doveva essere fatta. Comunque era tranquillo. Ma il 28, al termine dell’intervento, ci dissero che erano dovuti intervenire anche sul rene con una biopsia, ci dissero anche che l’organo si era spappolato, che mio padre aveva perso 2 litri e mezzo di sangue e che doveva essere portato in rianimazione a Grosseto».

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