Il Tirreno

Grosseto

Don Omero Mugnaini il parroco che sfidò i fascisti a Maiano

di Francesca Ferri
Don Omero Mugnaini il parroco che sfidò i fascisti a Maiano

Venticinque anni fa moriva il prete che con tenacia celebrò i funerali dei Martiri d’Istia. Oggi una messa per ricordarlo

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MAIANO LAVACCHIO. Maiano Lavacchio, 22 marzo 1944. Sul selciato giacciono straziati undici giovani, appena fucilati dai fascisti. I loro corpi non sono ancora freddi, nell’aria c’è ancora l’odore della polvere da sparo e del sangue. Sono quasi tutti originari di Istia d’Ombrone, un paesino a pochi chilometri da lì, ma i loro corpi non sarebbero più tornati a casa, sarebbero probabilmente finiti in una fossa comune scavata lì a Maiano Lavacchio, senza una benedizione, senza una preghiera, se un prete, un parroco di campagna, sfidando la morte e disobbedendo agli ordini dei nazifascisti, non si fosse impuntato e non avesse raccolto quelle povere vittime per riconsegnarle ai familiari.

«Voi occupatevi dei vivi, che dei morti me ne occupo io». Con queste parole don Omero Mugnaini replicò seccamente ai fascisti e organizzò il trasporto a Istia delle salme e i funerali.

Oggi, 8 giugno, ricorre il venticinquesimo anniversario dalla sua morte, causata da un ictus cerebrale. Don Mugnaini aveva 83 anni e per cinquantasette aveva svolto il suo ministero di prete in mezzo alla gente di Maremma.

Don Mugnaini era nato l’8 febbraio 1913 a Roccastrada. A 12 anni aveva lasciato la famiglia per entrare in seminario; a 36 era stato ordinato prete ed era stato chiamato prima in cattedrale a Grosseto come vice parroco e poi, sempre come vice parroco, a Orbetello.

Colto, amante della poesia, così lo ricorda il vescovo Adelmo Tacconi nella Rivista Diocesana del 1993: «Dai tempi del Seminario si era fatto conoscere per il suo temperamento vivace, i suoi brillanti interventi, le sue facezie. A tutti era carissimo, non soltanto a quei preti che fecero il Seminario con lui, ma anche alle generazioni successive, perché di lui, del suo passaggio in Seminario era rimasto il ricordo e se ne tramandavano gli aneddoti».

Nel 1938 don Mugnaini arriva a Istia d’Ombrone come parroco. E qui stabilisce un rapporto fortissimo con la comunità. Un rapporto che si suggella proprio in occasione della strage.

La cronaca dei fatti di Maiano Lavacchio è stata ricostruita puntualmente dai ricercatori dell’Isgrec (Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea) e consultabile anche sul sito internet www.cantieridellamemoria.it.

L’ultima pubblicazione in ordine di tempo è il prezioso volume “Per noi il tempo s’è fermato all’alba. Storia dei martiri d’Istia” (Isgrec-Effigi, Arcidosso 2014) a cura di Marco Grilli, che ha raccolto la preziosa testimonianza di Ernesto Simoni, all’epoca dei fatti adolescente di Istia d’Ombrone, che ha permesso di ricostruire il percorso compiuto da alcuni cittadini di Istia al seguito del parroco.

Per capire la portata del gesto di Mugnaini bisogna fare un passo indietro, ai giorni precedenti la strage.

Mario Becucci (classe 1906), Antonio Brancati (1920), Rino Ciattini (1924), Alfiero Grazi (1925), Silvano Guidoni (1924), Corrado Matteini (1920), Emanuele Matteini (1924), Alcide Mignarri (1924), Alvaro Minucci (1924), Alfonzo Passannanti (1922), Attilio Sforzi (1925) – cinque studenti, tre operai, un maestro, un commerciante e un decoratore – si erano nascosti nella macchia di Monte Bottigli, in due capanne, per sfuggire all’obbligo di combattere nella guerra fascista al servizio del ricostituito esercito della Repubblica sociale italiana.

I fascisti, che consideravano tutti gli imboscati partigiani, nel marzo del 1944 intensificarono i rastrellamenti.

Gli undici giovani furono scoperti da un infiltrato e alle 6 del mattino del 22 marzo la colonna nazifascista raggiunse le capanne. I giovani, sorpresi nel sonno, furono picchiati e condotti a Maiano Lavacchio al podere Appalto. Era questo un luogo di ritrovo dei paesani: la scuola, la sala da ballo, il negozio di generi alimentari.

Proprio nella scuola si svolse il processo farsa. Ai ragazzi non fu concessa alcuna possibilità di difendersi, né di salutare i familiari, che nel frattempo, sparsasi la notizia, erano arrivati a Maiano.

Prima di uscire i fratelli Corrado ed Emanuele “Lele” Matteini scrissero sulla lavagna della scuola l’ultimo saluto alla mamma: “Mamma, Lele e Corrado, un bacio”. Oggi la lavagna è conservata nell’ufficio del sindaco di Grosseto.

Furono quindi condotti fuori davanti al plotone d’esecuzione e fucilati.

I fascisti avrebbero voluto seppellirli in una fossa comune lì a Maiano. È a questo punto che don Omero Mugnaini si oppose fieramente. «Voi occupatevi dei vivi, che dei morti me ne occupo io», disse alle autorità, correndo egli stesso pericolo di vita.

«Il popolo d’Istia – riporta Grilli in “Per noi il tempo s’è fermato all’alba” – si strinse intorno al suo parroco».

Si trovarono cinque carri su cui furono caricati i corpi e nel pomeriggio furono portati a Istia in un mesto corteo.

La casa dei Matteini fu usata per la camera ardente. I corpi furono posti a cerchio. Polidoro Pastorelli ed Emilio Baldassarri lavorarono tutta la notte per costruire le casse di legno e zinco.

Tutto si svolse sotto la minaccia dei repubblichini. Ma la gente di Istia era compatta, raccolta attorno al suo parroco e al suo coraggio. E non solo a Istia.

Nonostante il divieto dei fascisti di non portare fiori, la gente staccò rami di mimose.

I funerali si svolsero in forma semplice: tutto il paese vi partecipò, nonostante la minaccia dei nazisti e dei fascisti, che schierarono due ali di mitragliatrici sulla strada per il cimitero temendo che la cerimonia potesse sfociare in una rivolta.

Nell’aprile del 2013 per la prima volta la strada percorsa da quei cinque carri è divenuta un sentiero della memoria grazie alla collaborazione di Isgrec e Fiab -Grosseto ciclabile.

In memoria di don Omero Mugnaini stamani in cattedrale a Grosseto sarà celebrata una messa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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