Proteste
«Condurre un locale non è facile»
In città c’è un’overdose di offerta rispetto alla domanda
GROSSETO. La Fipe, Federazione dei pubblici esercizi, costola sindacale di Confcommercio, ha recentemente rinnovato i suoi vertici, confermando alla presidenza provinciale l’imprenditore grossetano Danilo Ceccarelli. Fipe sarà uno dei partner del gioco del Tirreno - “Il mio bar”- che prende il via da oggi.
Ascom Confcommercio, come l’anno scorso per le commesse, è di nuovo al fianco del Tirreno. lei che è vicepresidente dell’associazione, presidente di Fipe e consigliere nazionale della federazione, ci spieghi questa scelta.
«Essere partner dell’iniziativa di Mr Production e del giornale Il Tirreno, come Fipe, è il minimo che possiamo fare. E’ un modo, per Confcommercio, per ringraziare tutte quelle persone (baristi, barman, gestori e proprietari) che ogni giorno lavorano per molte ore a contatto con il pubblico e con professionalità nei bar della città, nei paesi. Accendere i riflettori su questi pubblici esercizi è importante, soprattutto in questa fase. Condurre un locale, stare dietro al bancone, è un mestiere tutt’altro che facile, dove contano moltissimo la competenza e la conoscenza delle materie prime al pari dell’educazione, della cortesia, della pazienza ed anche, perché no, della simpatia che si è in grado di trasmettere. Insomma, non si tratta solo di saper servire un caffè, ma anche di saper accogliere al meglio i clienti, che siano conoscenti o sconosciuti, grossetani o turisti».
Cos’è il bar oggi, nel 2018?
«Il bar, oggi come cinquant’anni fa, è uno dei luoghi più importanti di aggregazione e socializzazione. E questo ovunque, in tutto il mondo. Il bar è un locale a volte alternativo alla casa per la colazione, o per discorrere con gli amici di calcio, di politica, di qualunque cosa. Al bar si fanno incontri di lavoro e d’amore, si litiga e ci si riappacifica davanti a una tazzina di caffè o a una birra. Si guarda insieme la partita. Ovviamente non tutti i bar sono uguali. Nei paesi hanno anche una funzione sociale, in città hanno perso certi connotati per acquisirne altri».
Quanto sentono la crisi i pubblici esercizi grossetani?
«La sentono. La sentono tanto. E’ un momento delicato. Per più ragioni. Un periodo di grande incertezza. Qui in poche famiglie entrano stipendi che permettono di spendere nei pubblici esercizi (bar, ristoranti, pizzerie) come succedeva anni fa».
C’è chi ritiene che proprio perché c’è la crisi tante persone si lasciano almeno il piacere di trascorrere qualche minuto al bar a godersi un gelato, un caffè o una bibita in compagnia.
«Forse è così. Il bar permette anche di spendere poco. Ed è ancora il locale più frequentato dagli italiani. Una recente ricerca lo considera il luogo dove la gente può chiacchierare di tutto e si sente libera di esprimere le proprie opinioni. C’è chi ci va per staccare dal ritmo frenetico del lavoro o semplicemente per chiacchierare con amici e conoscenti. Solo una minoranza va al bar esclusivamente per mangiare o prendere qualcosa da bere».
Parliamo di Grosseto.
«C’è un’overdose di offerta di pubblici esercizi rispetto alla domanda, specie con l’entrata a regime dei due centri commerciali e il successo, meritato e consolidato, del Porca Vacca».
Il fenomeno dei fondi sfitti in centro. Lei ha una ricetta?
«Sì. Ed è semplicissima: abbassare i prezzi degli affitti, che sono completamente fuori mercato. Qui sta la differenza con Lucca, Pistoia e altre città toscane». (g.bal)
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