Il Tirreno

Grosseto

Lo sfogo di un allevatore vittima dei predatori: «Chiudo la mia azienda, trenta vacche al macello»

di Fiora Bonelli
Giacomo Franceschelli e alcune delle vacche destinate al macello
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Giacomo Franceschelli e alcune delle vacche destinate al macello

Giacomo Franceschelli è vittima degli attacchi, l’ultimo due giorni fa. «Mi hanno lasciato da solo, a Monte Labro nessuno tutela più il territorio. Ora andrò a fare rapine, devo pur mantenere la famiglia...»

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ARCIDOSSO. Fra domani prossimo e giovedì le trenta vacche dell’azienda agricola di Giacomo Franceschelli di Monte Labro andranno al macello. E intanto il pugno di pecore col montone che sono rimaste all’allevatore fra predazioni continue e cessione di capi, hanno subito domenica pomeriggio una nuova predazione. Due morte e spolpate, come hanno accertato lunedì mattina i veterinari saliti a Monte Labro per dare il via libera alla vendita delle vacche e stilare il certificato di morte delle due pecore.


Franceschelli non smette di piangere: «Sono distrutto – dice – perché mi hanno costretto a dire addio alla mia azienda che nessuno ha saputo e voluto proteggere. Né le istituzioni locali, né quelle regionali, né nazionali. Ho già cominciato a vendere tutto, perché non ne posso più. Le pecore, ultime di un gregge una volta numeroso, sono rimaste poche decine. Queste le ho tenute dovrebbero partorire a novembre e hanno il montone. Ma con questi attacchi continui è più facile che abortiscano. Vendo le vacche perché l’azienda non resiste e perché anch’esse, quassù vengono mangiate dai “lupi”. Mi è successo di recente, che una vacca adulta sia stata sbranata. Oggi provo un dispiacere enorme. Le mie vacche vanno tutte e trenta al macello. Questo è il risultato di politiche assenti».

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E ora cosa farà l’allevatore? «Andrò a fare qualche rapina – ironizza – perché devo pure mantenere la famiglia, tanto ai rapinatori non gli fanno niente. Cosa farò non lo so. Non posso nemmeno più fare l’agricoltore, perché nei miei campi ci sono centinaia di cinghiali e caprioli. Anche quelli sono stati lasciati indisturbati distruggere questi luoghi una volta meravigliosi. I cani per le pecore? Non ce la fanno, ce ne vorrebbe uno a pecora. Guardare il gregge a vista? E poi i lavori chi li fa? Il fieno chi lo taglia? I sassi, i legni chi li leva dal campo? Chi pota alberi e arbusti? Io chiudo perché mi hanno lasciato solo e quassù a Monte Labro non c’è più nessuno che mantiene il territorio. Hanno chiuso tutti. Questo hanno voluto e vogliono i nostri politici. Distruggere le piccole imprese e far diventare il territorio un luogo incolto e pieno di sterpaglie. Poi, però, non lamentiamoci degli incendi e delle alluvioni e delle frane. Ci vuole intelligenza per fare scelte utili a tutti, ma per ora noi non abbiamo visto nulla».

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