Proteste
Minacciato di morte dal vicino di casa
Incastrato dalle telecamere: ha consegnato i volantini ai carabinieri
GROSSETO. «Ammazzerò quella troietta e quella becera come tu hai ucciso tua madre».
È questo, uno dei tantissimi biglietti che Giuseppe Di Gioia, l’uomo arrestato per la morte di sua madre, Donata Muccio, il 24 ottobre 2015 nel suo appartamento in via Sauro, ha trovato per mesi attaccati al cancello della sua abitazione, alla porta del garage e a quella di casa.
Minacce continue, che convinsero Di Gioia, una volta scarcerato, a ripresentarsi da solo davanti al portone di via Saffi, per tornare in cella. A casa non ci voleva restare, aveva paura per sua moglie e per sua figlia che all’epoca aveva 15 anni: le minacce infatti, erano quasi sempre rivolte alle due donne.
Domani tutta questa vicenda arriverà in tribunale, dove a decidere il da farsi sarà il giudice Giovanni Muscogiuri.
Di Gioia, assistito dall’avvocato Sabrina Pollini, aveva sporto denuncio subito ai carabinieri che avevano cominciato le indagini. Da quando era stato scarcerato, dopo la morte della madre della quale è stato accusato, la vita dell’uomo e quella della sua famiglia era diventata un incubo.
Da una parte aveva il compito e l’obbligo di ricostruire il rapporto con la moglie e la figlia, dopo quella terribile accusa che ha sempre respinto. Spiegando che l’anziana madre era morta al culmine di una discussione per un malore, senza che lui l’avesse toccata.
Di Gioia, quando ha cominciato a trovare quelle scritte e quei volantini con le minacce, si è rivolto subito ai carabinieri. Ma quelle parole scritte sia a mano, sia utilizzando dei caratteri mobili per imprimerli sulla carta, erano diventate sempre più minacciose e sempre più pesanti.
Dopo qualche giorno, l’uomo aveva deciso di installare una webcam nella sua abitazione, che potesse riprendere l’esterno. In più di un’occasione aveva visto l’uomo con un cappuccio sulla testa per non farsi riconoscere.
Quelle immagini erano state scaricate e consegnate ai carabinieri che qualche giorno dopo si erano presentati alla porta di uno dei vicini di casa di Di Gioia, con un mandato di perquisizione.
Era stato l’uomo, una volta aperta la porta e una volta davanti ai carabinieri, a consegnare il materiale che aveva in casa: una decina di altre lettere e volantini, tutte con lo stesso contenuto e la macchinetta utilizzata per scrivere senza far riconoscere la sua calligrafia.
Il giudice Sergio Compagnucci aveva emanato un decreto penale nei confronti dell’uomo, che è difeso dall’avvocato Andrea Picchi, ha presentato opposizione e ora tutta la vicenda arriverà in aula dove domani si svolgerà la prima udienza del processo.
Giuseppe Di Gioia e la figlia, ancora oggi minorenne, si sono costituiti parte civile con l’avvocato Pollini e lo stesso ha fatto la moglie dell’uomo, che si è affidata all’avvocato Alessia Celano. L’ipotesi di reato per il quale il vicino di casa di Di Gioia va a processo è quello di minaccia grave.
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