Il Tirreno

Grosseto

Irina uccisa dal compagno «Non ci fu premeditazione»

di Francesca Gori
Irina uccisa dal compagno «Non ci fu premeditazione»

Nuova sentenza della Corte d’Appello: Bertini condannato a 16 anni e mezzo Cade anche l’accusa di soppressione del cadavere, resta solo l’occultamento  

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GROSSETO. Sergio Bertini uccise Irina Meynster probabilmente al culmine di una lite. Ma non ci fu premeditazione: la tesi sostenuta dal tecnico informatico cinquantunenne e dal suo avvocato Tommaso Galletti ha convinto anche i giudici della Corte d’Appello che si erano visti tornare indietro il fascicolo dell’omicidio di via Ansedonia. La vicenda infatti era arrivata fino alla Cassazione dove era stato stabilito che, se i colleghi della Corte d’Appello avessero voluto mantenere l’aggravante della premeditazione, l’avrebbero dovuta motivare meglio. Ieri mattina l’udienza tanto attesa: il tecnico informatico non si è presentato in aula come aveva fatto tutte le altre volte che i giudici avevano deciso della sua vita. Al suo avvocato ha spiegato che non sarebbe stato a Firenze perché addolorato dal sentir raccontare con termini giuridici quello che successe nell’appartamento di via Ansedonia dove aveva vissuto con Irina. Dove la uccise, la notte tra il 12 e il 13 ottobre 2014 anche se il corpo era stato ritrovato il 24 ottobre, in una scarpata a Punta Ciana. Gettata in quel dirupo per non farla trovare da nessuno, sperando che a far sparire il corpo ci pensassero i cinghiali. Invece furono dei cacciatori a trovare il cadavere della donna e a chiamare subito i carabinieri. Bertini confessò l’omicidio ma disse ai carabinieri e al giudice per l’udienza preliminare durante la convalida dell’arresto che Irina era morta tra le sue braccia perché l’aveva stretta troppo. Aveva parlato di un abbraccio, il tecnico informatico, negando che le mani intorno al collo gliele avesse messe per ucciderla. Ma Irina è morta: fu spogliata, avvolta in un tappeto, caricata sull’auto dell’uomo e gettata in quel dirupo che domina Cala Purgatorio all’Argentario.

In primo grado il cinquantaduenne fu condannato a trent’anni, ora ne sconterà 16 e mezzo. Dopo la detenzione preventiva, Bertini è stato trasferito al carcere di Massa Carrara, dove probabilmente finirà di scontare la sua pena. Ieri non h partecipato al processo: a Firenze c’erano invece le rappresentanti dell’associazione Olympia De Gouges che si era costituita parte civile.

I pm Laura D’Amelio e Marco Nassi avevano chiesto l’ergastolo: Bertini, difeso da Tommaso Galletti fu condannato a trent’anni con il rito abbreviato. Poi è cominciata la battaglia legale del tecnico informatico che ha sempre sostenuto, fin dal giorno del suo arresto, di aver «abbracciato con troppa forza» la compagna, con la quale ultimamente le cose non andavano bene. Tesi che non è stata accolta nel senso letterale della frase: secondo i giudici comunque, Bertini non aveva premeditato quell’omicidio. Aveva incontrato la donna nel loro appartamento dove era poi scoppiata la discussione finita con quella tragedia che ha spento per sempre il sorriso della donna. E aveva cercato di nascondere il corpo della sua compagna, senza però volerlo distruggere.

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