Il Tirreno

Grosseto

Quella croce che diffonde il messaggio di amore di don Zeno

Nonno Lio
Quella croce che diffonde il messaggio di amore di don Zeno

Caro Francesco, ti scrivo per darti il benvenuto a Nomadelfia, in terra di Maremma

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Caro Francesco,

ti scrivo per darti il benvenuto a Nomadelfia, in terra di Maremma.

(Dal racconto per i miei nipoti, sette, sul Cammino di Santiago di Compostela, anno 2016).

Tappa 22, Foncebadon-Ponferrada km 27. Fa freddo, la mattina presto a Foncebadon, ma il sole che sorge e illumina per prima l’antica torre campanaria, quando tutto intorno è ancora tenebre, è uno spettacolo da non perdere e ti carica di nuove energie per la giornata che ti aspetta.

Neppure mezz’ora dopo sono alla Cruz de hierro, la cima più alta di tutto il Cammino con i suoi 1530 metri e uno dei luoghi più simbolici con quel palo di legno dritto come un fuso con in cima una piccola semplice croce di ferro battuto.

Nelle ovattate brume dell’alba, quando i pellegrini non hanno ancora raggiunto la cima e il silenzio la fa da padrone, la piccola croce si staglia verso il cielo e la suggestione ti annienta.

Ai suoi piedi un cumulo di pietre lasciate dai pellegrini che negli anni va sempre più aumentando, sicché sembra una montagnola, a testimonianza del bisogno umano di liberarsi del proprio fardello. E anch’io lo feci.

E guardando quella croce, riaffiorano passati ricordi di un’altra croce di quando, ancora ragazzo, andavo a caccia di cinghiali dalle parti di Batignano.

Fermo alla posta che era ancora buio pesto, battevo i denti dal freddo in attesa che fosse dato il via alla braccata quando, tutto d’un colpo, giù a mezzo ponente, improvvisa si accende una grande croce sospesa nel buio della notte. Turbato, più che sorpreso, rimasi a bocca aperta sicuro che lì una croce fino a un secondo prima (ma anche nei giorni prima) non ci fosse mai stata.

Lessi sul Tirreno, un paio di giorni dopo, che a Nomadelfia era sta accesa una grande Croce che d’allora in poi avrebbe illuminato le notti della Comunità e diffuso il messaggio di amore e fraternità di don Zeno Saltini. E doveva essere proprio una grande luce, quella di don Zeno, per mettere in subbuglio mezza Italia fra Stato e Chiesa, e arrivare fino in Israele a ispirare i Kibbutz.

Ma nomina sunt consequentia rerum, e nel nome Nomadelfia – dal greco “legge di fraternità”– era scritto il suo destino. Fedele ai suoi principi fondanti, la Comunità fu tacciata di comunismo per aver bandito al suo interno la proprietà privata e il denaro, oltre a essere amministrata con democrazia diretta dove ogni membro è responsabile delle azioni dell’altro e le liti bandite. E dove “i figli non sono di chi li fa, ma di chi gli vuole bene”, come ben sapevano le mamme in affido (ma anche i babbi).

Così la comunità religiosa fu abolita e trasformata in comunità civile. Poi don Zeno, il prete rosso, morì e tutti vissero felici e contenti.

Ma la croce si accende ancora oggi, tutte le notti, ad illuminare la speranza di un mondo migliore. Da allora mi è sempre piaciuto pensare che io fossi stato spettatore privilegiato, seppur casuale, della prima notte di luce della Croce di Nomadelfia in terra di Maremma.

 

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