La protesta
IL RICORDO DI UNA TESTIMONE
Erano circa le 8 e mezzo e i miei bambini dormivano ancora. Abitavo a Montemassi e la finestra della cucina era aperta. A un tratto si sentì un boato in lontananza, che sembrava provenire dalle...
Erano circa le 8 e mezzo e i miei bambini dormivano ancora. Abitavo a Montemassi e la finestra della cucina era aperta. A un tratto si sentì un boato in lontananza, che sembrava provenire dalle viscere della terra, ma non ci feci caso più di tanto perché alla cava della Bartolina spesso venivano fatte brillare le mine. Dopo un po’, lanciando occhiate fuori dalla finestra, mi accorsi di strani movimenti: la fila davanti alla fonte non c’era più e le brocche per l’acqua erano state abbandonate in un angolo. Si erano formati capannelli di gente: donne e uomini anziani uscivano dalle case e si fermavano a parlare in modo concitato. Non potevo scorgere l’espressione dei loro volti, ma si capiva dal loro comportamento che doveva essere accaduto qualcosa di molto grave.
Improvvisamente il portone di casa si aprì e mio marito, il dottor Giorgio Barbafiera, entrò e con aria preoccupata disse: «Non mi aspettate a pranzo, devo andare a Ribolla. In miniera, al pozzo Camorra, è scoppiato il grisou e pare che ci siano tanti morti... tutti i minatori della gita della mattina. Stanno arrivando autoambulanze da tutta la Toscana, hanno precettato i medici della zona, infermieri, vigili del fuoco. Ma i feriti saranno sicuramente pochi, si parla di una strage».
Mi veniva da piangere e da pregare mentre vedevo l’auto di mio marito percorrere la piana che da Montemassi porta a Ribolla. Partirono anche i minatori di Montemassi, a piedi attraverso i campi o in bicicletta; in paese si facevano i nomi degli uomini della gita e non si sapeva che cosa pensare, non si avevano notizie. Mio marito tornò sul tardi, a pomeriggio inoltrato, stanco, avvilito, atterrito per quello che aveva visto: «Sembra l’inferno: i vivi sono tutti là, intorno al pozzo e c’è una grande confusione. La polizia cerca di tenere lontano i parenti, alcune donne si sono sentite male. I primi a calarsi giù hanno trovato un lago. I tubi di aspirazione dell’acqua erano scoppiati, la galleria si era allagata e in una pozza galleggiavano sette cadaveri. Sembravano pezzi di carbone, alberi anneriti e disseccati. Noi medici abbiamo potuto fare poco. Fanno già la conta: mancano 43 operai all’appello».
I minatori avevano dato una giornata ciascuno per costruire il cinema, ma non avrebbero mai pensato di vederlo diventare una camera ardente. Il giorno dei funerali furono pochi a parlare perché non era il momento. Sarebbe bastata una parola per far precipitare la situazione.
È vero che quel giorno il dolore gelò la rabbia. Ero ai funerali con mio marito. Era impressionante vedere quel mare di gente. C’erano diverse centinaia di uomini della celere perché si temeva una sommossa. Le bare erano sui camion, avvolte dal tricolore e su ogni bara c’era l’elmetto; intorno ad ogni camion c’era la polizia, poi i familiari e infine gli altri operai venuti da tutte le miniere della zona e anche da fuori. Tutti camminavamo trascinando i piedi sulle strade sterrate e polverose; era come ascoltare l’abbandono, lo sconforto, la disperazione in un’aria pesante come una cappa di piombo.
La cerimonia funebre fu lunga, dolorosa, ma nessuno pregava. Sicuramente Dio era lì con quei morti, ma il dolore era più grande della voglia di credere.
Alba Accorsi Barbafiera
Scrittrice, moglie del medico condotto di Ribolla
(da www. ribollastory. net)
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